
La “napoletanità” per Isaia non è solo un concetto di marketing, ma anche il cuore pulsante dell’azienda. Nonostante l’apertura ai mercati internazionali, la sua produzione resta saldamente radicata nel territorio. Questo legame non si esprime solo con il prodotto finale, ma mediante iniziative volte a promuovere e custodire la cultura locale. Nel panorama dell’industria della moda italiana, sempre più globalizzato e soggetto a trasformazioni strutturali, Isaia spicca come un esempio poiché resta saldamente ancorato alle proprie radici. Mentre numerosi marchi di prestigio italiani sono stati acquisiti da conglomerati stranieri, Isaia si distingue per il suo legame indissolubile con la terra campana. Nonostante la fama internazionale del brand, la sede principale resta a Casalnuovo di Napoli, portando avanti un modello di business che valorizza la tradizione locale e la qualità artigianale.
Negli ultimi anni, infatti, numerosi brand storici italiani sono passati sotto la proprietà di grandi multinazionali estere. È emblematico il caso di Gucci, un tempo sinonimo di alta moda fiorentina, che oggi è parte del colosso francese Kering. Lo stesso destino è toccato a Bulgari e Fendi, entrambi acquisiti dal gruppo LVMH, e a Valentino, anch’esso ceduto a un fondo del Qatar. Queste operazioni, pur rappresentando un’opportunità di crescita economica per le aziende, hanno inevitabilmente modificato la loro natura e, talvolta, il loro rapporto con il territorio d’origine. In questo contesto, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Gianluca Isaia, proprietario del brand d’eccellenza, per discutere delle sfide e delle opportunità che attendono l’azienda nel prossimo futuro, e per approfondire la visione che continua a guidare I’azienda nel panorama globale della moda.
Come è andato quest’anno per Isaia e quali sono stati i punti vendita che ti hanno dato più soddisfazione?
«L’anno non è partito alla grande per tutto il settore del lusso, ma nella seconda parte abbiamo recuperato bene. I negozi americani hanno fatto un ottimo lavoro e, con sorpresa e piacere, posso dire che anche quelli di Roma e Milano ci stanno dando grandi soddisfazioni».
Il panorama internazionale è minacciato da tanti conflitti che stanno avendo, oltre a ripercussioni sociali, anche conseguenze economiche. Come sta reagendo la tua azienda a questa situazione internazionale?
«Noi abbiamo dei negozi in Russia, dove non possiamo esportare più di una cifra per singolo capo a causa delle restrizioni. È chiaro che quel mercato ha avuto una brusca frenata. Al contrario, in Ucraina abbiamo dei franchising che continuano a lavorare. Naturalmente non con i numeri pre-guerra, ma stiamo riscontrando che comunque le persone escono e cercano di vivere nonostante le difficoltà dettate dal conflitto. Stanno reagendo nel migliore dei modi possibili in un contesto davvero complesso e assurdo».
Ci siamo trovati spesso a parlare di over-tourism, specie nel contesto napoletano. Alcuni lamentano l’invivibilità della città dovuta al turismo, altri elogiano le sue potenzialità economiche. Vedi una Napoli cambiata da questo punto di vista?
«La strada da fare è ancora tanta. C’è ancora un lavoro di capitalizzazione che deve avvenire, cosa che ad esempio a Capri c’è e funziona meglio».
Made in Naples, in questo caso, diventa non solo un simbolo di qualità artigianale, ma un atto di resistenza culturale, un modo per custodire una tradizione e al contempo proiettarla nel futuro. Questa attenzione al passato e al territorio non esclude, però, un approccio moderno e innovativo. Isaia, infatti, si distingue per l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia nella produzione, riuscendo a coniugare artigianato e innovazione in un equilibrio che molti marchi del settore faticano a mantenere.
Perché la sartoria napoletana è capace di essere un brand internazionale e veicolo di stile in tutto il mondo? Qual è il segreto?
«Siamo riusciti a trasmettere in questi anni la passione, la tradizione e attraverso queste siamo passati al coinvolgimento diretto dei clienti in tutto il mondo. Poi non dimentichiamo che si tratta di un tipo di sartoria che è un unicum; la creazione della giacca di stampo napoletano è un’eccellenza unica al mondo, che è praticamente impossibile trovare altrove».
“Less is more” sembra essere diventato l’imperativo della moda attuale. Togliere anziché aggiungere. Cosa pensa del rapporto delle nuove generazioni con la moda?
«Questa generazione ha interesse nel cercare una moda più rilassata, ma è una tendenza che abbiamo un po’ tutti da dopo il Covid. Anche il mio modo di vestire è cambiato: i pantaloni di una volta non li porto più, preferendo ad esempio dei pantaloni con una banda elastica in vita perché
molto più comodi. Se fatti bene, sono anche molto eleganti».
Detto questo, come si coniuga l’altissima sartoria di qualità con il pensiero di una vestibilità comoda? Sono così lontani come concetti?
«No, anzi. Noi abbiamo iniziato durante il Covid a produrre internamente le polo. Chiaramente con i tessuti migliori, mettendo bottoni, asole e giro maniche a mano. Abbiamo sartorializzato la polo. C’è il pensiero di evolversi anche sotto questo punto di vista, altrimenti senza questi percorsi evoluti si rischia di fermarsi anche da un punto di vista creativo».
Ma tu la vedi una sartoria napoletana che ha come imperativo l’idea di evoluzione, comunque restando fedele ad una tradizione?
«La vedo perché tutti i prodotti fatti in un certo modo muoiono. È il ciclo vitale dei prodotti stessi. E allora devi cercare di rinnovarli per farli tornare appetibili sul mercato. È chiaro che la tradizione deve rimanere, però si deve evolvere».
Cosa ne pensi dei brand firmati da artisti che lanciano la loro linea vestiaria?
«Beh, è un grande business per loro. Poi bisogna riflettere se sia moda. C’è chi lo fa bene e chi sfrutta soltanto il momento».
Si può sfatare – se c’è – una unpopular opinion di Gianluca Isaia sulla moda?
«Non ho mai pensato di dettare una moda. La filosofia è quella di aiutare ogni nostro cliente a trovare il suo modo di vestire e sentirsi a loro agio con quello che si indossa. Non posso imporre, è un discorso molto personale dove si ricerca un proprio stile».
Sartoria napoletana e multiculturalismo: opportunità oppure un limite?
«Penso che sia una grande opportunità, poi la devi personalizzare. La devi napoletanizzare. È importante confrontarsi con altre culture ed estetiche differenti. Da questo percorso si può trovare una direzione nuova da inserire nella propria collezione».
Hai puntato su degli artisti campani. È una scelta in controtendenza qui in Italia: già in Francia sono previsti degli stipendi per gli artisti, qui in Italia invece non viene loro riconosciuta la giusta importanza. Che valore dai all’arte?
«Ho sempre pensato che realizzare una giacca sia un’arte. Napoli e la Campania sono da promuovere sempre, in ogni modo possibile. Anche per modificare l’opinione che c’è all’estero su di noi. È una battaglia che continuerò a fare fino alla fine dei miei giorni per capire e comprendere che città siamo».
Un’ultima curiosità: cosa pensi di Antonio Conte allenatore del Napoli?
«È un grande allenatore e lo ha dimostrato in passato. Bisogna lasciarlo lavorare in pace. Un pensiero che deve partire innanzitutto dai tifosi».
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