
Il 14 e 15 febbraio il Teatro Instabile Napoli ospita Isolamadre, spettacolo scritto e diretto da Raffaele Ceriello. Un progetto che nasce dal cortometraggio Per errore ma che, nel passaggio al palcoscenico, si trasforma in qualcosa di più profondo: un’indagine sul dolore, sulla responsabilità e su una città che continua a perdere i suoi figli.
La scelta del teatro non è casuale. La sala a pianta circolare elimina ogni distanza tra scena e pubblico. «Mi interessava che non ci fosse separazione», racconta Ceriello. «Volevo che lo spettatore fosse dentro la storia, quasi schiacciato dalle emozioni dei personaggi». Anche il luogo, nel cuore del centro storico, dialoga con il racconto: un’area attraversata da contraddizioni, memoria e ferite ancora aperte.

Isolamadre affonda le sue radici in un’idea nata oltre dieci anni fa, quando Ceriello girò Per errore. Da allora, quella storia non lo ha più abbandonato. Con Vincenzo Pirozzi, negli anni, ha costruito una versione teatrale capace di andare oltre il fatto di cronaca, cercando una verità più universale.
In scena ci sono MariaLuisa Bosso, Francesca Ciardiello e AnnaChiara Buonerba, tre giovani attrici napoletane con cui il regista ha lavorato a lungo per dare corpo a personaggi credibili, fragili, imperfetti. «Volevo renderle vere», spiega. «Con i loro pregi, ma soprattutto con i loro difetti».
Anche la scenografia segue questa linea: richiama un’aula scolastica, ma si trasforma in uno spazio sospeso, quasi mentale, dove realtà e immaginazione si sovrappongono. Un luogo in cui due donne si incontrano e si scontrano. Sono la madre della vittima e la madre del carnefice. Apparentemente lontane, divise da ruoli opposti, ma unite da uno stesso colpo di pistola che ha cambiato per sempre le loro vite.
Al centro dello spettacolo c’è la violenza giovanile. Non come slogan, non come denuncia astratta, ma come ferita quotidiana.
«Oggi leggiamo continuamente di ragazzi che muoiono, di ragazzi che sparano», osserva Ceriello. «E dopo pochi giorni tutto viene dimenticato». Napoli, città bellissima e contraddittoria, diventa lo specchio di un problema che riguarda molte periferie italiane, da Milano a Palermo. Il regista conosce bene questo disagio anche attraverso il lavoro nelle scuole. Nei laboratori incontra ragazzi disorientati, fragili, spesso convinti di sapere tutto, ma in realtà in cerca di ascolto. «Hanno bisogno di qualcuno che li guardi davvero», dice.
In Isolamadre non ci sono colpevoli da condannare né santi da celebrare. Non ci sono “santini”. C’è il conflitto. C’è la fatica di due madri che portano sulle spalle il peso della casa, dei figli, delle assenze. E c’è anche la consapevolezza che nessuno è davvero immune: né chi vive nei quartieri difficili né chi appartiene alla borghesia.
Il senso profondo dello spettacolo è racchiuso nel titolo. Per Ceriello, “Isolamadre” è l’immagine di un lenzuolo bianco che copre un corpo sull’asfalto. Un’isola in mezzo a un mare scuro. Un corpo che, all’improvviso, diventa distante da tutto. Un limbo. «È il luogo in cui restano impigliate le madri che hanno perso un figlio per morte violenta», spiega. «Non riescono più a tornare a vivere davvero, ma nemmeno a fermarsi. Restano sospese».
In questo spazio simbolico, le protagoniste continuano a rivivere la stessa notte, lo stesso dolore, le stesse urla. Il tempo non passa mai davvero. La vita va avanti intorno a loro, ma loro restano bloccate in quel momento. Sono due isole lontane, nate da storie opposte, che forse non si incontreranno mai del tutto. Eppure, nel confronto, nello scontro e nella fragilità condivisa, riescono a riconoscersi. Perché il dolore non conosce schieramenti, e la perdita cancella ogni confine.
Isolamadre diventa così non solo il racconto di una tragedia, ma una domanda aperta rivolta a tutta la città: quanto siamo disposti ad ascoltare, prima che sia troppo tardi?
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