
In Israele lo scorso lunedì la Knesset ha approvato la riforma più impopolare della storia del paese e si piange la morte della democrazia.
Di questa riforma ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, si tratta di una modifica sostanziale ai poteri della Corte Suprema. Si tratta di una riforma che ridimensiona, fino a togliere del tutto, il potere alle corti, sottoponendole all’influenza politica e conferendo, così, un potere, sostanzialmente illimitato, a qualsiasi governo abbia una maggioranza minima nel parlamento israeliano. Bastano, infatti, 61 parlamentari su 120 nella Knesset, per conferire al governo che detiene questa debolissima maggioranza ( come quello di Netanyahu) il potere di ribaltare le sentenze delle corti a proprio piacimento.
In questo modo uno dei capisaldi dello stato di diritto, la divisione dei poteri, viene meno e con esso ogni baluardo garantistico.
All’inizio di quest’anno, in quella che gli osservatori hanno definito una crisi democratica, lo stato israeliano ha iniziato i suoi tentativi di ridimensionare il potere giudiziario. A marzo, proteste diffuse contro il piano hanno rinviato ogni ulteriore sviluppo.
Ma il voto di lunedì del parlamento israeliano, la Knesset, è stato decisivo. Ci sono molte implicazioni su ciò che questo potrebbe significare per il futuro di Israele.
Nel mentre nel paese imperversano le proteste. Centinaia di migliaia sono i cittadini scesi in strada per opporsi a questo scempio, segno inequivocabile di una cultura democratica ancora radicata nel popolo.
Anche l’Ue ha mostrato la sua preoccupazione per tali recenti sviluppi politici in Israele invitando il governo israeliano a continuare a cercare un ampio consenso e a puntare a un processo inclusivo.
«È importante raggiungere un compromesso accettabile per i cittadini ed i partiti politici israeliani» ha affermato il portavoce del Servizio di azione esterna dell’Ue.
Nonostante l’opposizione popolare, però, il Governo sembra ormai inarrestabile e difficilmente assisteremo ad un suo passo indietro.
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