
Le ultime settimane continuano ad essere testimonianza di quello che è il genocidio che Israele sta compiendo nei confronti della Palestina. I bombardamenti degli edifici civili continuano: sempre più zone vengono colpite per permettere alla “zona cuscinetto” di formarsi e sempre più palestinesi rimangono senza una casa. In risposta a questa distruzione senza sosta, al termine degli incontri che sono avvenuti a Parigi la settimana scorsa tra rappresentati diplomatici israeliani, qatarioti, statunitensi ed egiziani, è stata elaborata una proposta di cessate il fuoco. Quest’ultima prevede degli scambi fra prigionieri di Israele ed ostaggi di Hamas ed una tregua militare che duri qualche mese.
Trovare un accordo tra le due parti però resta comunque molto difficile. Da un lato Israele chiede la liberazione di tutti gli ostaggi detenuti da Hamas. Dall’altro lato l’organizzazione sunnita chiede il rilascio di alcuni prigionieri detenuti dallo stato ebraico e la fine delle operazioni militari nella Striscia di Gaza. La bozza della proposta di Parigi però, proprio in merito alla questione “fine della guerra“, prevede il blocco delle attività militari solo per qualche mese. Israele sarebbe anche disposta ad una tregua temporanea ed al rilascio di alcuni prigionieri palestinesi, ma qui arriviamo ad un punto ostico.
Benjamin Netanyahu ci ha tenuto a ribadire che in nessun modo Israele ha intenzione di fermare la guerra nella Striscia di Gaza. Anzi, sottolinea che la guerra non avrà fine finchè non ci sarà il rilascio di tutti gli ostaggi, l’eliminazione definitiva di Hamas e la certezza che il territorio della striscia non rappresenti più una minaccia per Israele. Intanto la mediazione americana cerca di convincere l’organizzazione di Hamas che una tregua prolungata potrebbe essere equivalente ad un “cessate il fuoco”, in quanto sarebbe difficile riprendere attività militari dopo molto tempo.
Arrivati qui si potrebbe pensare che a questo punto sia facile scendere a compromessi per Israele. Al contrario. Netanyahu ha rifiutato la proposta di una tregua da parte di Hamas nella Striscia di Gaza. La proposta consisteva in una tregua di 135 giorni e nel rilascio di tutti gli ostaggi israeliani. In seguito, le due parti si sarebbero attivate per trovare un accordo comune per porre fine alla guerra nella striscia. Il primo ministro israeliano non ci pensa due volte e si rifiuta di accettare la proposta di Hamas. Secondo Netanyahu abbassarsi alle richieste del gruppo sunnita sarebbe come mettere nuovamente in pericolo Israele.
Ribadisce anche questa volta, che affinchè il rilascio di tutti gli ostaggi sia garantito, c’è la necessità di una pressione militare su Hamas. Inoltre per gli israeliani, l’unico modo di avere la “vittoria totale” è quello di eliminare l’organizzazione sunnita in maniera permanente. Fino ad allora non vi sarà alcuna tregua. La posizione radicale del primo ministro israeliano però non è accolta a braccia aperte da tutti. Secondo l’opinione pubblica israeliana, la decisione di Netanyahu potrebbe mettere ancora più a rischio le vite degli ostaggi. Anche le famiglie di quest’ultimi sono in forte contrasto con le scelte prese dal governo israeliano contro il quale stanno organizzando proteste da mesi.
Rafah è una citta palestinese situata nel sud di Gaza ed è soprattutto il rifugio per più della metà dei 2,3 milioni abitanti di Gaza. Rafah è un ottimo punto per i rifugiati palestinesi, vi sono vaste tendopoli ed è vicino al confine, dove ci sono i rifugi delle Nazioni Unite. Ma perchè si è parlato molto di questa città? Negli ultimi giorni Israele ha presentato l’operazione Rafah, ovvero un’operazione di terra volta a sterminare l’ultima parte di Hamas. Gli Stati Uniti, e non solo, si sono fortemente opposti a questa operazione in quanto potrebbe essere causa di una catastrofe umanitaria. Israele rassicura dicendo che ci sarà un passaggio per i civili, ma gli Stati Uniti non appoggeranno in alcun modo la decisione di Netanyahu senza un piano ben definito e sicuro per tutti.
Oggi, tra il presidente americano Joe Biden e Netanyahu, c’è stata una chiamata proprio in merito alla questione Rafah. L’ultimo contatto telefonico tra i due si era verificato il 19 gennaio. Le posizioni irremovibili del primo ministro israeliano hanno portato numerosi funzionari americani a fare pressioni sul presidente Biden. Quest’ultimo si avvicina ad un punto di rottura con Netanyahu in quanto non si riesce ad avere un dialogo produttivo. Nonostante Biden abbia ribadito l’obiettivo comune di eliminare Hamas, ha anche sottolineato l’importanza di garantire la sicurezza ad i civili. Netanyahu continua a non sentire ragioni ed anzi afferma che è proprio davanti a queste pressioni che Israele non deve fermarsi perchè “la vittoria è vicina“.
Infine, nella telefonata tra i due alleati (forse ancora per poco), oltre a chiarire i punti delle trattative riguardanti il rilascio degli ostaggi, il presidente americano Joe Biden ha voluto ricordare l’urgenza di permettere agli aiuti umanitari di raggiungere in sicurezza i civili palestinesi.
Hamas è stata chiara. Se Rafah dovesse venire attaccata, ogni negoziato sul rilascio degli ostaggi verrà immediatamente interrotto. A seguito di un bombardamento israeliano nella zona est della città, sono almeno 25 le vittime e l’operazione ancora non è iniziata. Inoltre Rafah è già molto sofferente. Una città dove si trovano più di 1 milione di rifugiati che non sanno più dove andare. Israele può davvero garantire un piano di sicurezza per i civili? Ed anche se dovesse, non è detto che lo rispetti. In un mio precedente articolo ho citato un’indagine del New York Times che dimostra come l’esercito israeliano abbia bombardato zone che erano state definite “sicure per i civili“. Ed è proprio per questo che non sono solo gli Stati Uniti ad opporsi fortemente a questa operazione.
Il Ministero degli Affari Esteri del Libano oltre a condannare l’invasione a Rafah, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di prendere una decisione sul cessate il fuoco e sull’agevolazione dell’arrivo degli aiuti umanitari ai palestinesi. A seguire l’Egitto ha minacciato di sospendere il trattato di pace di Camp David con Israele. Grande è la preoccupazione anche del Ministro degli Esteri britannico, David Cameron, in quanto come dicevamo, Rafah è una delle città con più rifugiati. La Ministra degli Esteri olandese, Hanke Bruins Slot, ha dichiarato il suo timore di conseguenze umanitarie devastanti. Infine la Ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha affermato che sicuramente Israele deve difendersi da Hamas, ma allo stesso tempo è necessario evitare le sofferenze dei civili palestinesi.
Insomma, al momento Netanyahu sta tirando la corda troppo forte e probabilmente questa volta, potrebbe rischiare di spezzarsi. Intanto è giusto prendere coscienza e soprattutto posizione e renderci conto che siamo fermi davanti alla distruzione di massa di un folle.
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