
Israele sta assistendo alla più grande protesta che la sua intera storia abbia mai visto. Circa 700 mila persone sono scese in strada. Numeri che sarebbero considerati enormi anche in Italia, ma sono assolutamente incredibili in uno stato con soli 9 milioni di abitanti come Israele.
Il motivo delle manifestazioni è la riforma della giustizia proposta dal governo di Netanyahu. Una riforma che ridimensiona, fino a togliere del tutto, il potere alle corti, sottoponendole all’influenza politica e conferendo, così, un potere, sostanzialmente illimitato, a qualsiasi governo abbia una maggioranza minima nel parlamento israeliano. Bastano, infatti, 61 parlamentari su 120 nella Knesset, per conferire al governo che detiene questa debolissima maggioranza ( come quello di Netanyahu) il potere di ribaltare le sentenze delle corti a proprio piacimento.
La riforma, fortemente antidemocratica, è figlia di Levin, il ministro della giustizia del governo in carica, ed è saldamente sostenuta anche dal ministro della sicurezza Ben Gvir. Egli, infatti, mira ad utilizzare la riforma per ribaltare una sentenza in particolare: quella secondo cui i territori palestinesi occupati dai coloni israeliani sono illegali. Quei coloni sono i suoi sostenitori e lui minaccia di far cadere il governo se la riforma viene ritirata.
L’opposizione della popolazione di Israele ha però assunto connotati grandiosi: sono scesi in piazza anche il capo della polizia israeliana, l’aeronautica, l’esercito e, addirittura, i servizi segreti, il Mossad e lo Shin Bet. Entrambi rispondono direttamente al primo ministro (cioè proprio a Netanyahu), eppure i dipendenti del Mossad hanno ricevuto l’autorizzazione per scioperare dal capo David Barnea. Con la scesa in piazza delle forze dell’ordine la questione è diventata un’altra. Come ha sostenuto lo stesso Ministro della Difesa Gallant, la riforma ha generato un non sottovalutabile pericolo per la sicurezza nazionale, perché l’universo militare rischia così di disgregarsi per questioni politiche e di rendere il paese vulnerabile anche verso l’esterno.
Dopo aver licenziato Gallant e essersi mostrato irreprensibile, Netanyahu sembra essere rinsavito. Questa mattina ha, infatti, annunciato alla televisione nazionale che, in nome della responsabilità nazionale (e per evitare una guerra civile) la discussione sulla riforma sarebbe stata rinviata alla sessione della Knesset che si terrà dopo la Pasqua Ebraica.
Tra un pezzo di agnello e uno di pane azzimo, Netanyahu dovrà quindi prepararsi a mediare tra la fazione estremista di Ben Gvir che minaccia di aprire la crisi di governo e la popolazione in fermento a difesa della democrazia e scegliere da che parte stare.
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