
Nel periodo pasquale, l’Italia si tinge di colori primaverili, ma dietro l’apparente serenità delle tavole imbandite si cela una realtà che molti preferiscono ignorare. Ogni anno, nel nostro Paese vengono uccisi oltre 2 milioni di agnelli, di cui circa 375.000 solo a ridosso della Pasqua. Una tradizione che resiste, ma che oggi appare sempre più anacronistica, soprattutto alla luce delle sofferenze inflitte non solo ai piccoli animali, ma anche alle loro madri.
Dietro ogni cosciotto d’agnello o arrosticino pasquale si cela un processo industriale tutt’altro che innocuo. Gli agnelli destinati alla macellazione vengono separati dalle madri a poche settimane dalla nascita, spesso trasportati per lunghe distanze, stipati nei camion, senza cibo né acqua. Una volta nei macelli, molti vengono storditi in modo inefficace, rimanendo coscienti durante la macellazione vera e propria: un taglio alla gola che causa una morte lenta e dolorosa. Diverse inchieste, tra cui quelle condotte da associazioni animaliste italiane come Essere Animali o LAV, hanno documentato pratiche crude e inumane in molti macelli, anche durante i controlli ufficiali. In alcuni casi, le norme europee sul benessere animale vengono aggirate per “ottimizzare i tempi” e far fronte all’aumento stagionale della domanda.
Inoltre, quando si parla di carne d’agnello, raramente si riflette sul destino delle pecore madri. Eppure, la loro sofferenza è altrettanto profonda. Le madri, private della possibilità di accudire i propri cuccioli, emettono belati di richiamo per giorni, cercando invano una risposta che non arriverà mai. Il latte che le pecore producono per nutrire i propri figli viene dirottato all’industria casearia, dando origine a prodotti come il pecorino e la ricotta. È un paradosso crudele: togliere il cucciolo per poter mungere la madre. In questo modo, si trasforma un istinto naturale in una risorsa economica. Le pecore da latte vengono sottoposte a cicli riproduttivi forzati per garantire una produzione costante. Dopo anni di sfruttamento, quando la loro produttività cala, vengono macellate. Una pecora potrebbe vivere fino a 10-12 anni, ma negli allevamenti viene abbattuta ben prima.
Secondo dati ISTAT aggiornati al 2023, il numero di agnelli uccisi in Italia è sceso drasticamente rispetto ai primi anni 2000, passando da oltre 5 milioni nel 2002 a circa 2 milioni nel 2023. Tuttavia, nel periodo pasquale si registra ancora un picco stagionale importante, con circa 375.000 agnelli uccisi in poche settimane.
A livello globale, secondo i dati FAO del 2020, la produzione di carne ovina (che include anche gli agnelli) è in calo in Europa, ma in crescita in altre aree del mondo come Asia e Africa. In questo contesto, l’Italia continua a mantenere una produzione significativa, alimentata in parte anche da importazioni di animali vivi dai Paesi dell’Est Europa, trasportati per giorni in condizioni al limite della legalità.
Anche quando gli agnelli sono allevati in Italia, le pratiche restano allarmanti: stordimenti inefficaci, tagli alla gola mentre l’animale è cosciente, trasporti estenuanti. Le inchieste condotte da associazioni come Essere Animali o LAV mostrano sistematicamente immagini crude: cuccioli terrorizzati, madri in gabbie anguste, sangue e urla nei macelli.
Mangiare agnello è ancora una tradizione, certo. Ma a che prezzo? È giusto che la celebrazione di una festività religiosa si traduca in un rituale di sofferenza e morte? Sempre più famiglie scelgono alternative: piatti vegetali, menù pasquali cruelty-free, o una revisione delle proprie abitudini alimentari. Perché mangiare agnello è ancora una tradizione, però è davvero arrivato il momento di ripensare alle proprie abitudini alimentari. Pensare a quanti agnelli vengono uccisi in Italia ogni anno è una spinta ragionevole verso il cambiamento.
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