
Il seguente articolo è stato aggiornato rispetto all’originale presente nel mensile di luglio 2025.
La recente riattivazione del servizio di Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) con metodo chirurgico presso l’Ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta segna un passo importante, ma parziale, in una vicenda che ha messo in luce le profonde criticità strutturali dell’accesso all’aborto in Italia. Una battaglia che non si gioca solo in corsia, ma anche sul piano legislativo e culturale.
È stato il collettivo napoletano “Ccà nisciun’ è fessa – SOS aborto” a far emergere, lo scorso 5 giugno, una notizia che circolava da mesi solo nei corridoi degli ospedali e tra le testimonianze di chi cercava supporto: a Caserta, da novembre 2024, il servizio IVG era completamente sospeso. La causa? Il pensionamento dell’unico ginecologo non obiettorepresente in struttura. Da quel momento, nessun medico disponibile a garantire la procedura di interruzione di gravidanza.
Nel silenzio istituzionale, le donne casertane sono state costrette a spostarsi verso altre strutture della provincia – Marcianise e Aversa, dove è disponibile solo l’aborto chirurgico – oppure nella città di Napoli, con tutte le difficoltà organizzative, economiche e psicologiche che ne conseguono. Se non andarsene proprio fuori regione.
Dopo la denuncia, la pressione mediatica e civile ha costretto la direzione dell’ospedale a intervenire. L’11 giugno, la struttura ha confermato che il servizio era effettivamente sospeso, e che erano in corso selezioni per assumere nuovi specialisti. Il 15 giugno è entrato in servizio un nuovo ginecologo non obiettore, consentendo di riattivare il servizio di ginecologia sociale dal 1° luglio. Altri due medici dovrebbero entrare in organico entro settembre, permettendo il ritorno alla piena operatività.
La vicenda di Caserta è emblematica. Non è un caso isolato, ma la punta dell’iceberg di un sistema in cui l’accesso a questa tutela è spesso instabile e imprevedibile. Già nel 2024, lo stesso ospedale aveva sospeso il servizio per mesi. Quando l’unico medico disponibile è assente – per malattia, ferie o dimissioni – il servizio semplicemente si ferma.
Eppure, la Legge 194 del 1978 impone alle strutture pubbliche l’obbligo di garantire l’IVG con personale adeguato e servizi funzionanti. All’atto pratico, però, la norma si scontra con la diffusione massiccia dell’obiezione di coscienza. In Campania, secondo le stime più recenti, l’80% dei ginecologi si dichiara obiettore, rendendo l’intero sistema sanitario regionale fortemente sbilanciato.
Una differenza fondamentale va sottolineata: in Italia, l’aborto non è riconosciuto come diritto soggettivo pieno. La Legge 194 lo configura come una tutela della salute fisica e psichica della donna, esercitabile solo previa certificazione medica e attraverso un iter regolato da tempistiche e burocrazia. Il servizio, quindi, non è sempre esigibile, e la sua erogazione è subordinata alla presenza di strutture e personale idoneo.
A questo si aggiunge che l’obiezione di coscienza è prevista senza limiti, né quantitativi né temporali. Non esiste un vincolo di “copertura minima” da parte dei medici non obiettori: anche un intero reparto può rifiutarsi legittimamente di garantire l’IVG.
Il contrasto con altri Paesi europei è evidente. In Spagna, ad esempio, la legge riconosce l’aborto come un diritto della donna. Entro la 14ª settimana di gestazione, una donna può scegliere di interrompere la gravidanza senza dover giustificare la propria scelta, e senza necessità di certificazioni mediche o sociali.
La normativa spagnola impone allo Stato di garantire un accesso uniforme su tutto il territorio nazionale, stabilendo regole chiare anche sull’obiezione di coscienza: ogni struttura deve assicurare comunque la disponibilità del servizio, anche in presenza di medici obiettori. In sostanza, l’aborto è un diritto esigibile, e il sistema sanitario ha il dovere di renderlo concretamente accessibile.
La distanza tra legge e realtà ha portato anche a azioni legali contro lo Stato italiano. L’associazione LAIGA, insieme alla CGIL, ha presentato ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha riconosciuto più volte la violazione del diritto alla salute delle donne, sanzionando l’Italia per la mancata applicazione effettiva della 194.
Secondo Carla Ciccone, ginecologa e attivista di LAIGA, “le donne sono spesso costrette a rivolgersi all’estero anche quando rientrerebbero pienamente nei termini della legge italiana. In alcune regioni, già alla 12ª settimana e 6 giorni, non si trovano strutture disposte a praticare IVG, figuriamoci un aborto terapeutico”.
La mappatura aggiornata da LAIGA mostra come nella provincia di Caserta, oggi, l’IVG sia possibile solo negli ospedali di Marcianise e Aversa, entrambi per via chirurgica. Non sono previste procedure farmacologiche (come la somministrazione della RU486) né interruzioni terapeutiche di gravidanza (ITG) in caso di gravi malformazioni fetali o rischio per la vita della madre.
Per accedere all’IVG farmacologica o all’ITG è necessario recarsi in strutture della provincia di Napoli, come l’Azienda Ospedaliera Federico II (che garantisce entrambi i servizi), il San Paolo (chirurgica e ITG, ma non farmacologica), il Cardarelli o l’Ospedale del Mare. A Pozzuoli, è disponibile IVG sia chirurgica che farmacologica, ma non sono chiare le modalità di accesso all’ITG.
La riapertura del servizio IVG a Caserta rappresenta un risultato importante, ottenuto grazie alla mobilitazione dei comitati, alla pressione dell’opinione pubblica e alla determinazione delle associazioni. Tuttavia, come sottolineato da Fabio Di Gioia, del Dipartimento Sanità di Sinistra Italiana, “la legge lascia troppo spazio all’interpretazione. Finché l’obiezione resterà senza limiti, resteremo esposti al rischio di nuovi blocchi”.
In effetti, i medici assunti oggi potrebbero in futuro avvalersi dell’obiezione, lasciando nuovamente il servizio scoperto. Finché l’aborto non sarà considerato un diritto pienamente garantito e tutelato nei fatti, oltre che sulla carta, la Legge 194 continuerà a essere una norma parziale, vulnerabile, diseguale.
Il caso di Caserta è lo specchio di un’Italia dove l’IVG è formalmente prevista, ma non sempre accessibile. Dove la legge c’è, ma spesso non viene applicata. Dove la salute e la scelta delle donne dipendono da fattori casuali: la presenza di un medico, la distanza da un ospedale, il tempo di attesa. E dove una tutela – invece che un diritto pienamente riconosciuto – può trasformarsi in una corsa a ostacoli. Una battaglia ancora aperta, tra corsie vuote e voci che resistono.
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