
Il giornalista cypherpunk australiano Julian Assange, vittima di una persecuzione psicologica e giudiziaria durata quasi 15 anni per aver denunciato la deriva imperialista degli Stati Uniti, ha patteggiato con il Dipartimento di giustizia Usa per la pena già scontata nel carcere di Belmarsh, ed è quindi libero. Lo comunica in una nota Wikileaks, il sito di cui Assange è cofondatore e con cui ha smascherato numerosi documenti contenenti verità scomode di portata internazionale. Il giornalista ha lasciato il Regno Unito due giorni fa.
“Questo è il risultato di una campagna globale che ha coinvolto organizzatori di base, attivisti per la libertà di stampa, legislatori e leader di tutto lo spettro politico, fino alle Nazioni Unite. Ciò ha creato lo spazio per un lungo periodo di negoziati con il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che ha portato a un accordo che non è stato ancora formalmente finalizzato”, viene annunciato da Wikileaks. “Assange dopo più di cinque anni in una cella di 2×3 metri, isolato 23 ore al giorno, presto si riunirà alla moglie Stella Assange e ai loro figli, che hanno conosciuto il padre solo da dietro le sbarre”, conclude la nota.
Nell’accordo, i procuratori chiederanno una condanna a 62 mesi, l’equivalente del tempo passato da Assange nel carcere di massima sicurezza a Londra. Il patteggiamento, riferisce la Cnn, deve ancora essere approvato da un giudice federale.
Julian Assange si è fatto conoscere al mondo intero per il suo critto-attivismo, con il quale, attraverso un sistema di whistleblower – uno fra tutti Chelsea Manning – ha rivelato centinaia di migliaia di documenti diplomatici statunitensi, contenenti i crimini di guerra e contro l’umanità compiuti a Guantanamo, Afghanistan ed Iraq, e le attività di spionaggio contro l’Onu, con tanto di analisi dei maggiori leader europei e non. Dulcis in fundo la manipolazione dell’intero sistema mediatico internazionale affinchè occultasse i loro crimini e giustificasse le loro gesta
Da allora il giornalista ha subuito una persecuzione psicologica e giudiziaria dalla bandiera a stelle e strisce. Prima con un insensato mandato d’arresto svedese per stupro, poi con un confinamento nell’ambasciata ecuadoriana per 7 anni, e infine con la detenzione nel carcere di Belmarsh, la “Guantanamo britannica”, da cui Julian e tutto il mondo con lui aspettava l’evolversi della richiesta di estradizione in Usa che lo avrebbe portato a 175 anni di prigionia per spionaggio. La storia, però, ha voluto un finale diverso.
Risuonano, in questo giorno, le parole che Julian Assange pronunciò in una intervista a Der Spiegel, dove alla domanda che in buona sostanza chiedeva il perché ad una vita serena e paciosa egli avesse preferito Wikileaks, il giornalista rispondeva: “si vive una volta sola. Siamo costretti a fare buon uso del tempo e a fare qualcosa che sia significativo e soddisfacente. Mi piace aiutare le persone vulnerabili. E mi piace schiacciare i bastardi”.
Oggi, almeno per oggi, i bastardi hanno perso. E i vulnerabili hanno vinto.
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