
Giugno è il mese del pride. Per commemorare questo evento, Informare ha intervistato Korybass, collettivo queer napoletano. Nel fermento culturale di Napoli, si constata un’assenza di spazi di ritrovo per la comunità queer. Questo paradosso è stato notato tra gli altri da Vesuvius Soul Records, label e music store che aveva proposto di organizzare una serie di talk su queerness e musica nel suo spazio. L’opportunità, offerta in un primo momento solo a un membro del collettivo, ha condotto alla creazione del gruppo. Korybass vuole fare rete, collegandosi al territorio e alla storia queer locale, recuperandone l’immaginario e riattualizzandolo. I coribanti, infatti, erano i sacerdoti eunuchi di Cibele, il cui tempio si trovava dove oggi c’è il santuario di Montevergine, luogo di venerazione della cosiddetta “Madonna dei femminielli”.
Il collettivo fa interagire le pratiche artistiche dei suoi membri in modo spontaneo. Oltre alle diverse esperienze di vita dei componenti, a favorire l’ibridazione è anche l’interazione con i creativi con cui Korybass organizza i suoi eventi. Il primo è stato organizzato il 30 gennaio di quest’anno nel cuore del centro storico della città. Napoli, secondo il collettivo, soffriva della mancanza di un contenitore di celebrazione e confronto per persone queer e trans. «Questa solitudine – dicono – va sanata con la rete». Nonostante ci siano già realtà queer, le esperienze hanno durata breve, anche a causa del fatto che spesso molti arrivano a credere che non ci siano ragioni valide per rimanere in città.

Il fermento, dunque, deve continuare. Una volta creato il collettivo, ci si è chiesti cosa bisognasse integrare al contesto napoletano. Korybass vuole ampliare l’orizzonte di possibilità, rimanendo legata alla cultura del territorio: «Crediamo che ballare la tammurriata o stare sotto cassa siano due cose egualmente catartiche». A questo poi si collega il discorso dello spazio sicuro: il collettivo parla della percezione della diversità non come un fattore escludente, ma come un primo passo verso la costruzione di un “safer space”. E allo stesso tempo, questo collettivo di base queer si è connesso ad altre realtà, come l’Associazione del Borgo di Santa Chiara o quella delle Antiche Femminelle Napoletane. Oltre ad innestarsi sui passi della comunità preesistente, Korybass si propone anche di cambiare un paradigma fin troppo consolidato: non è necessario andare a vivere al nord per vivere la propria identità queer. La città di Napoli ha le basi per costruire una scena propria guardando al suo passato, mentre altrove si tende molto a riproporre modelli internazionali.
Per muoversi verso questa direzione, Korybass sta sviluppando il proprio concetto di “evento”. I primi eventi, che partivano da un talk, nascevano anche dalla necessità, personale e collettiva, di discutere di esigenze dei membri del collettivo. Per creare una comunità, secondo Korybass, bisogna mostrare le proprie vulnerabilità e i propri bisogni. Questi talk hanno permesso di mettere in luce i bisogni di una comunità. Se questo format ha soddisfatto il lato intellettuale di Korybass, c’è poi la necessità di far fluire questi concetti in pratiche performative e creative, come dimostrato dall’evento a Vico Pazzariello. Durante l’estate, il collettivo si concentrerà, dopo un primo momento di indagine, su quello della festa. Guardando al futuro ci si immagina progetti ancora più grandi, come l’organizzazione di un festival.
Ma per proporre un evento, bisogna tornare al concetto di comunità. Per Korybass significa sorellanza, quella di quando ci si riconosce nella propria individualità e si decide di dedicarsi cura, affetto e supporto. La vulnerabilità si trasforma in una forza collettiva. Ma la comunità è anche trasversale, il dialogo è aperto agli altri attori della cultura napoletana. Ciò genera moltissime opportunità, tra cui la più importante è forse combattere la tendenza all’invisibilizzazione.
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