
Si sta parlando di questi giorni di una misura controversa, l’emendamento di FdI rischia di riportare nelle città italiane manifesti pubblicitari che normalizzano sessismo, stereotipi di genere e discriminazione. Ma dietro l’operazione c’è molto più di un dibattito sulla pubblicità: si riapre un conflitto culturale che investe libertà d’espressione, identità e diritti civili.

Presentato e firmato dai senatori Lucio Malan e Salvo Pogliese, l’emendamento di Fratelli d’Italia al ddl Concorrenza propone l’abrogazione dei commi 4-bis e 4-ter dell’art. 23 del Codice della Strada. In vigore dal 2021, questi vietano forme pubblicitarie considerate sessiste, discriminatorie o lesive delle libertà individuali. Una norma che, all’epoca, aveva segnato un passo avanti verso una comunicazione visiva più rispettosa.
L’iniziativa di FdI è tutt’altro che neutra: secondo i promotori, quei divieti rappresentano una limitazione ideologica alla libertà d’espressione, con richiami espliciti alla cosiddetta “ideologia gender” e a un presunto pericolo di censura culturale. Ma ciò che si mette realmente in discussione è la possibilità stessa dello Stato di intervenire su contenuti visivi ritenuti socialmente dannosi.
Il vero rischio dell’emendamento è quello di legittimare, ancora una volta, la mercificazione del corpo femminile nello spazio pubblico, di ricorrere a immagini che risultino offensive. Non è una questione di “politicamente corretto”, ma di qualità del discorso visivo che ci circonda quotidianamente. Quei divieti non avevano introdotto una censura, ma limitato forme di comunicazione aggressive e stereotipate.
Cancellarli oggi, nel nome di una battaglia contro il “woke”, significa ignorare le ricadute culturali di messaggi che – per attirare l’attenzione – ricorrono ancora troppo spesso alla sessualizzazione e allo scherno. Più che una difesa della libertà, sembra nostalgia verso un’epoca in cui la cultura visuale non aveva ancora problematizzato alcuni linguaggi pubblicitari.
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