
L’evidenza del ruolo che l’immigrazione ricopre nel sistema occupazionale e del lavoro italiano, nelle modalità del contributo apportato dagli stessi sia in termini economici che sociali, ma al contempo esponendo altresì i potenziali rischi dell’immigrazione, è cronaca dai toni divisivi all’ordine del giorno. Il fenomeno migratorio ha assunto negli ultimi anni una dimensione globale, alla luce della crisi economica che ha travolto buona parte del pianeta, tanto che le migrazioni sono dei veri e propri processi sociali che consistono nello spostamento di persone da un luogo ad un altro, in alcuni casi in maniera non controllabile.
Dalle ultime statistiche Istat emerge anzi una grave situazione demografica in Italia, evidenziando il minimo storico di nascite (393 mila) e una costante diminuzione della popolazione che, al 1° gennaio 2023, si trova sotto la soglia dei 59 milioni. Dal 1°gennaio al 10 marzo 2023 si sono registrati oltre 17.592 mila sbarchi nelle coste italiane, di cui 1.100 sono stati salvati nel Mediterraneo, secondo quanto risulta dai dati raccolti dal Ministero dell’Interno. Secondo quanto riportato dagli indicatori demografici Istat, al 1°gennaio 2023 la popolazione straniera residente in Italia, cioè regolarmente iscritta all’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, è di 5 milioni e 50 mila unità, in aumento di 20 mila persone rispetto allo scorso anno e costituisce l’8,5% della popolazione residente.
Con riguardo al fenomeno dell’immigrazione nel mercato del lavoro italiano, bisogna evidenziare che, nonostante i cittadini stranieri residenti in Italia ricoprano una posizione di notevole rilievo nell’ambito della forza lavoro del paese, ciononostante sono spesso chiamati ad espletare lavori poco qualificati anche in relazione ai titoli di studio conseguiti, divenendo pertanto maggiormente suscettibili allo sfruttamento. Nel 2021, secondo le stime della Fondazione Leone Moressa, gli stranieri rappresentavano l’8,5% della popolazione italiana e oltre il 10% della forza lavoro (cifra che secondo il Ministero del lavoro si riduce al 7% se si valutano solo i cittadini stranieri non Ue), costituendo il 9% del PIL nazionale. Nello specifico, nel 2020 i contribuenti stranieri sono 4,2 milioni, cui sono riconducibili 30,3 miliardi di euro di redditi dichiarati e 4 miliardi di Irpef versati.
A tali dati vanno poi addizionate le tasse pagate sui permessi di soggiorno, sui consumi locali, sulle richieste di cittadinanza, nonché i contributi previdenziali e sociali. Gli immigrati costituiscono un fattore indispensabile per evitare il collasso del sistema previdenziale, infatti, non solo l’età media (33 anni) è inferiore a quella degli italiani (45 anni), ma su 16 milioni di pensionati, gli stranieri sono circa 130mila, meno dell’1% del totale, per un importo di circa 800 milioni di euro. Inoltre, anche le politiche di regolarizzazione apportano utilità economiche allo stato, infatti, esse hanno portato introiti per 30 milioni di euro. Dunque, è evidente che gli immigrati non determinano un costo per lo Stato, in quanto anzi essi contribuiscono al pagamento delle tasse in misura maggiore rispetto a quanto ricevono in prestazioni assistenziali.
In Italia, nel 2023, il contributo economico degli immigrati è di circa 144 miliardi, costituendo il 9% del PIL secondo i dati della Fondazione Leone Moressa. Ebbene, può affermarsi che l’immigrazione rappresenta più un beneficio che un costo per l’Italia. Tuttavia, i potenziali profitti apportati dagli immigrati portano con loro non pochi aspetti negativi, basti pensare a come le politiche di tutela dell’ordine pubblico generino insicurezze. Tra i timori che concorrono ad avere una visione negativa dei migranti possiamo menzionare i motivi relativi alla sicurezza pubblica, ai costi per lo Stato, all’alta criminalità e alla competizione tra autoctoni e stranieri nel mondo del lavoro. Di rilievo è il dato che dimostra come i paesi più avanzati sotto il profilo dell’istruzione sono più predisposti a valutare i migranti come un bene potenziale per il territorio, a differenza invece dei paesi caratterizzati da un più basso livello di istruzione.
Per quel che riguarda il sentimento dei cittadini locali al tema dell’immigrazione, buona parte dei nativi si pone in competizione con gli immigrati nell’ambito del mercato del lavoro. Un alto livello di istruzione potrebbe però costituire un fattore di tolleranza e solidarietà verso gli stranieri. È necessario che le politiche di integrazione sostengano un cambiamento che travolga abitudini, culture, modi di pensiero a lungo termine, includendo nuove competenze e valori, ma nello stesso tempo tenga conto di equilibri sociali ed antropologici fragili tra comunità distanti, in un mondo che non deve sempre fare guerre e divisioni, tra gli Ultimi.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...