
A quasi 11 anni da quel tragico 2 maggio 2014 che vide la morte di oltre 46 persone nell’assalto di frange organizzate dell’ultradestra ucraina ai manifestanti antiMaidan rifugiatisi nell’edificio della Casa dei Sindacati ad Odessa, l’Ucraina è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per l’inazione e le gravi negligenze della polizia, con la conseguente mancata protezione del «diritto alla vita» delle persone coinvolte, per i gravi ritardi dei soccorsi e per il modo in cui sono state insabbiate tutte le indagini avviate in seguito sulla strage.
Nella primavera del 2014, in seguito alle proteste di Euromaidan e alla conseguente fuga del presidente Viktor Janukovyč, il nuovo corso politico determinatosi in Ucraina creò un ulteriore clima di tensione, e a Odessa come in altre città si tennero numerose manifestazioni, sia da parte di gruppi pro-federalismo di orientamento filorusso e perciò contrari al nuovo governo filoeuropeista, sia da parte di gruppi pro-unità di opposta impostazione, decisa ad un avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea.
Il 2 maggio , in vista di un incontro di calcio fra il Čornomorec’ Odessa e la Metalist Charkiv, gruppi di tifosi di entrambe le squadre, insieme ad attivisti locali pro-unità, programmarono un corteo politico filo-governativo. Alla manifestazione parteciparono anche i militanti ultranazionalisti del Pravyj Sektor e dell’UNA-UNSO.
Allo stesso tempo, gli attivisti pro-federalismo avevano allestito un accampamento di protesta nella centrale piazza Kulykove, nei pressi della Casa dei Sindacati, un edificio di cinque piani sede regionale della federazione sindacale. I manifestanti filorussi attaccarono il corteo di circa 2000 persone dirette verso lo stadio. Seguirono lanci di sassi da entrambe le parti, che degenerarono provocando sei morti per colpi di arma da fuoco.
La tragedia vera si consumò però poco dopo, quando i manifestanti filorussi, trovandosi in netto svantaggio numerico, si introdussero nella Casa dei sindacati. A quel punto cominciò un fitto lancio di molotov da fuori. Il fuoco divampò tra i piani, alcuni morirono nel rogo, altri come detto si buttarono dalla finestra. Alcune persone presenti nella piazza cantavano slogan antirussi, inneggiando alla morte al rogo delle persone che si trovavano nell’edificio. I manifestanti locali pro-unità hanno però curiosamente affermato che nessuno del movimento di Odessa conosceva le persone che sono state viste cantare tali slogan fuori dall’edificio in fiamme.
Le vittime stimate furono 46, il più giovane un ragazzo di 17 anni, membro della Gioventù Comunista Ucraina. Secondo alcuni testimoni, però, le vittime sarebbero molte di più di quelle «ufficiali». L’evento è stato uno dei punti su cui ha più insistito il presidente russo Vladimir Putin nei suoi vari discorsi che hanno preannunciato sia l’invasione della Crimea nel 2014 che la più recente invasione dell’Ucraina.
11 anni dopo, a seguito di una causa indetta dalla Corte Europea dei Diritti Umani, nota come «Vyacheslavova e altri contro Ucraina» e indetta da familiari delle vittime e sopravvissuti di quel drammatico giorno, L’Ucraina viene condannata per gravi responsabilità nei fatti di Odessa.
Nello specifico, la CEDU ha dato praticamente ragione su tutto, dall’arrivo dei pompieri dopo ben 43 minuti dalla chiamata, fino all’inspiegabile ritardo (si parla di mesi) nella restituzione di una delle salme., passando per la polizia antisommossa che, pur presente, non intervenne.
Al contempo, la Corte ha specificato che alla creazione del clima tensione creatosi nel Paese ha contribuito il ruolo svolto «dalla disinformazione e dalla propaganda» russa. Non vi è traccia, inoltre, di alcuna menzione della presenza, assieme ai filoeuropeisti, dei partito neonazisti Pravyj Sektor e dell’UNA-UNSO, sebbene alcuni testimoni abbiano affermato di aver visto alcune persone giustiziate dai militanti di estrema destra.
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