
In una terra che soffre l’incuranza della sua classe dirigenziale e che balza agli onori della cronaca maggiormente per i suoi lati negativi, non dobbiamo mai dimenticare che la Bellezza c’è, ed è tanta: a volte sotto gli occhi di tutti; altre, nascosta e dimenticata. La chiesa rupestre di Santa Maria in grotta rientra tra queste. Situata a Rongolise, una frazione del comune di Sessa Aurunca, la chiesa è scavata nella roccia del vulcano di Roccamonfina, poco distante da un’altra chiesa rupestre, quella di San Michele in Gualana. È al 1308-1310 che risale la prima testimonianza storica dell’edificio: il suo nome, difatti, apparve nella raccolta delle decime della diocesi di Sessa Aurunca.
Il ciclo di affreschi presente al suo interno è una testimonianza fondamentale dell’arte campana nel periodo angioino: a partire dall’affresco della Madonna con Gesù Bambino seduta in trono con due angeli ai lati – la testimonianza pittorica più antica della chiesa –, è possibile ammirare poi la Dormitio Virginis, l’Arcangelo Michele che pesa le anime, San Tommaso, il profeta Esdra, Santa Margherita, Sant’Onofrio, il martirio di San Sebastiano, San Francesco e Sant’Antonio Abate. Tra questi, spicca l’affresco della Madonna posto nella cripta destra della grotta, da cui l’intero complesso trae il suo nome. Ogni otto settembre, qui si celebra la festa di Santa Maria in grotta, assieme alla festa patronale.
Sono stati diversi gli studiosi che hanno ipotizzato un legame tra la chiesa di Santa Maria in grotta e il Monastero benedettino di Montecassino; ipotesi rafforzata dalla presenza di un’immagine, posta su una delle pareti della pseudo navata sinistra, che ritrae un monaco benedettino non identificato.
Da secoli, la chiesa rupestre di Santa Maria in grotta accoglie la fede e la speranza della comunità locale, che sin dalle sue origini si raccoglie nell’edificio per pregare e celebrare Santa Maria. Siamo così dinanzi a un simbolo fondamentale per la tradizione religiosa e culturale di Rongolise e delle frazioni adiacenti; un’icona viva e vissuta che, a dispetto della poca notorietà, è ben distante dall’immagine di una chiesa abbandonata a sé stessa.



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