
Lo so, sarete stanchi di leggere articoli ispirati da “Oppenheimer” di Cristopher Nolan, ma ora che la pellicola sta lentamente abbandonando le sale è un buon momento per trarre un bilancio di ciò che ci ha lasciato.
Indubbiamente il film tocca eventi importantissimi della Storia, eventi che hanno contribuito a costruire il mondo in cui viviamo: dagli sviluppi della fisica nucleare al “terrore dei rossi” negli Stati Uniti, dal collasso dell’alleanza USA-URSS alle conseguenze dell’uso di un’arma atomica. Ma il ritmo folle e la continuità delle vicende che si susseguono impediscono all’osservatore di riflettere, nel corso dello svolgimento del film, su alcuni di questi; uno, ed un solo tema, viene gettato in conclusione in pasto alle menti degli spettatori, l’idea che il lavoro del Progetto Manhattan porterà alla fine del mondo. Ed è proprio qui che cade il grande regista.
Nel mondo in cui esiste la bomba atomica, nella stessa fisica grazie alla quale è stata costruita, non regnano le certezze ma le probabilità: nonostante ciò, possiamo dare alcune informazioni abbastanza obiettive. Nel caso dovesse essere usata, anche su larga scala, la bomba non distruggerà il mondo, ma solo i Paesi che la useranno e quelli governati da gente tanto stupida da allearsi con Potenze guerrafondaie e assassine disposte ad utilizzare quest’arma. I bersagli delle bombe, dopo Hiroshima e Nagasaki, non sono più le città, ma soprattutto centri di decisione e basi militari, porti, aeroporti e grandi infrastrutture: se la Nato dovesse entrare in guerra, nella nostra Campania un nemico potrebbe voler colpire il Comando delle forze congiunte NATO a Lago Patria, i porti di Napoli e Salerno, gli aeroporti di Capodichino, Salerno e Grazzanise.
Ma cosa succederà, invece, ai Paesi non coinvolti direttamente? Probabilmente nulla. C’è da notare che gli arsenali nucleari, anche quelli più grandi come quelli di Russia e Stati Uniti, non sono mai stati pensati né organizzati per colpire tutti i Paesi del mondo, ma solo eventuali partecipanti ad un conflitto nucleare tra potenze nucleari e alleati. Anche nel peggiore dei casi, se un folle dovesse decidere di colpire quanti più centri abitati possibili, milioni di persone sopravvivrebbero nelle aree rurali dei vastissimi continenti della nostra Terra. Ma è proprio nella sua limitata letalità che la bomba nasconde la più infame minaccia: l’idea che la bomba atomica sia solo una “tigre di carta”(come scrivevano i comunisti cinesi a Palmiro Togliatti in un editoriale del’62), un’arma che appare pericolosa ma non colpisce abbastanza da giustificare i decisori politici e militari a non adoperarla in casi di crisi, dove strade più facili non sembrano percorribili.
In un periodo di crisi e conflitti il rischio che questo strumento diventi solo un semplice ennesimo passaggio nell’escalation di una sfida tra potenze è sempre più concreto: non più l’arma della fine del mondo, ma qualcosa di convenzionale, da usare alla bisogna. In un’epoca in cui non esiste più un’organizzata e forte rete pacifista né in Occidente né nel resto del mondo queste mie righe possono risultare l’ennesimo chiodo nella bara della Pace nel mondo che in tanti ancora desideriamo. Non è questa la mia intenzione: credo, invece, che informazioni corrette riguardo la pericolosità delle armi atomiche possano portare, dalla paura priva di azione in cui ci lascia Nolan, alla possibilità pratica della costruzione di una lotta alle armi nucleari
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