
Si respira, si parla e si pensa alla guerra come se, sotto sotto, ci fosse davvero un desiderio irrefrenabile di una Terza Guerra Mondiale. È l’era dei leader politici guerrafondai, gli anni del boom nelle vendite globali di armi, è il periodo in cui nel mondo si contano 59 conflitti armati. Alcuni di questi – come la questione Israele-Iran – potrebbero essere la “goccia che fa traboccare il vaso”, proprio come accadde con l’attentato di Sarajevo, che innescò la Grande Guerra. Sforzi diplomatici? Molti, portati avanti dai leader europei e dai diplomatici di tutto il mondo. Ma nella pratica, inconsistenti. Si riempie la bocca con la parola “pace”, eppure la situazione sta scivolando verso qualcosa di imprevedibile, o quasi.
È dall’invasione russa in Ucraina nel 2022 che si è diffusa a livello globale una “voglia di guerra”, generando un clima di crescente militarizzazione, con paura di un conflitto nucleare mondiale. In questo contesto, ogni scintilla – come quella tra Iran e Israele – viene percepita come potenziale innesco di uno scontro più ampio. L’opinione pubblica mondiale, esposta a immagini e discorsi bellicosi, è intrappolata in un flusso emotivo che spinge verso la militarizzazione.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito a un’escalation che porta il mondo sull’orlo di una soglia mai così vicina, dopo la guerra in Ucraina: gli Stati Uniti potrebbero scatenare un attacco contro l’Iran, mentre Israele ha già condotto, senza che Trump ne sapesse nulla (bugia?), un attacco “preventivo” a Teheran per fermare il presunto programma nucleare. Ma qual è la verità dei fatti?
Donald Trump oscilla tra show e strategia. Ancora non è chiaro se il mondo ha scoperto un grande statista o un grande bluff pericoloso. All’inizio ha parlato di non volere la guerra, poi ha chiesto la resa “incondizionata” dell’Iran lasciando intendere potenziali ordini di attacco – salvo poi tornare sui suoi passi, dicendo “io potrei farlo… o non farlo” . Questa incertezza, più da ring WWE che da leader mondiale, sta generando un’iniziativa che amplifica l’instabilità, piuttosto che contenerla.
Intanto Israele, dopo le devastazioni compiute nella campagna a Gaza e condannata da una parte significativa dell’opinione pubblica mondiale – sta svolgendo ciò che molti definiscono il “lavoro sporco” per Washington. L’attacco di produzione israeliana, battezzato “Operation Rising Lion”, ha centrato almeno 100 obiettivi militari e infrastrutturali, ha eliminato scienziati e generali iraniani, e ha colpito siti nucleari e di difesa, ma non è riuscito a devastare le strutture sotterranee più critiche. Il coinvolgimento statunitense è ambiguo: se Trump insiste nel dire “non siamo coinvolti”, fonti autorevoli – da Time, Reuters e altri – ricordano che gli USA erano a conoscenza dei piani e avrebbero addirittura “veto negato all’uccisione” del capo supremo iraniano Khamenei.
Dietro questo teatro dell’orrore, si celano interessi geopolitici ben radicati. Storicamente, Israele mira a consolidare la sua posizione di deterrenza assoluta in un Medio Oriente destabilizzato; la recente sconfitta di Hezbollah, la pressione in Siria e Gaza, hanno preparato il campo per colpire direttamente l’Iran. Per Washington, invece, la dipendenza energetica, la pressione sui prezzi del petrolio, la sfida all’influenza cinese e russa nella regione – in particolare nel Mar Arabico e nello stretto di Hormuz – sono leve imprescindibili.
Rimane cruciale il ruolo dell’IAEA: finora, l’Agenzia ha ribadito che non esistono prove di una “weaponizzazione” in corso dell’Iran né di un programma nucleare militare attivo . Se l’arricchimento a livello del 60% è un dato preoccupante, esso non dimostra la costruzione imminente di una bomba.
A questo punto, appare evidente che il presidente Trump stia giocando più sulla narrativa, sul confronto mediatico, che su una strategia seria. Lo schema ricorda molto il suo passato da showman WWE: botta e risposta, senza chiarità sulla linea operativa. Nel frattempo, in tanti vedono in Israele un tramite opportunistico per coinvolgere gli USA senza pagare un costo politico diretto.
L’opinione pubblica internazionale sembra per certi versi stanca delle guerre in primo piano: da quasi due anni l’Ucraina e Zelensky, un tempo al centro dei cuori e dei media occidentali, sembrano slittati in serie B rispetto alla tensione mediorientale. Il rischio evidente è che, mentre si spinge verso un altro conflitto su scala regionale – con possibile escalation mondiale – emerga l’impressione che le crisi in Ucraina non siano state gestite abbastanza bene, e che le priorità siano state decise più dai riflettori che dalla sostanza.
Stiamo assistendo a una pericolosa convergenza di elementi: una narrativa di guerra che si nutre dell’escalation, un presidente della potenza mondiale più importante che dà segni di instabilità e che salta da una posizione all’altra, un’alleanza apparentemente solida tra Washington e Tel Aviv ma forgiata più per necessità di copertura che da strategia, un’agenzia internazionale che smentisce le minacce atomiche in corso, e un’opinione pubblica globale spaventata, diffidente, stupefatta.
In fondo, la storia sembra non tanto ripetersi, quanto ostinarsi. Il nostro presente, così saturo di tensioni, richiama alla mente quei meccanismi che portarono l’Europa alla catastrofe del 1914. L’attacco “preventivo” di Israele a Teheran – con la scusa mai del tutto comprovata della bomba atomica iraniana – è solo l’ultimo episodio di una logica d’anticipo, di prevaricazione, che sposta sempre più in avanti il confine della guerra giustificabile. Un confine che pare ormai evanescente.
La strategia della tensione è costantemente in scena. In questo contesto, Donald Trump – con i suoi toni da wrestling show e un senso della realtà più vicino al ring che al diritto internazionale – torna a giocare un ruolo centrale nel dibattito pubblico americano, spingendo verso lo scontro più che verso la diplomazia. La verità è che negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una vera e propria “svolta armata” del pianeta: un ritorno alla forza come strumento centrale di politica estera e un’opinione pubblica sempre più anestetizzata.
Come alla vigilia del 1914, la guerra sembra ormai un linguaggio normale. È diventata uno spettacolo quotidiano, una narrazione che scivola tra gli hashtag e i talk show, mentre le cancellerie fanno piani e le industrie belliche macinano profitti.
Leggi anche: Disarmiamo la guerra con l’informazione, l’analisi di Stallone e Giuffrida
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...