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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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La camorra non è stata sconfitta: il problema non è chi esce dal carcere, ma quello che trova fuori

Tommaso Morlando
Tommaso MorlandoRedazione Informare
1 aprile 20267 min di lettura

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La camorra non è stata sconfitta: il problema non è chi esce dal carcere, ma quello che trova fuori

Indice (2)

  • 1Il Litorale Domizio e la provincia di Caserta
  • 2Le nuove forme della criminalità organizzata

Non “ombre del passato”, non “residui criminali”, non “vecchi protagonisti di una stagione finita”. Uomini cresciuti dentro un sistema che ha ucciso, intimidito, estorto, fatto saltare attività, piegato imprenditori, avvelenato la vita civile e trasformato interi pezzi di provincia in territorio occupato. E chi oggi fa finta che il problema sia solo giuridico, o peggio burocratico, sta già preparando il terreno al prossimo autoinganno. Ci riferiamo alle imminenti scarcerazioni di boss che hanno retto le fila del clan dei Casalesi per anni e che presto torneranno nei loro territori d’origine.

Il punto non è discutere se una pena finisce. Le pene finiscono. In uno Stato di diritto devono finire. Il punto è un altro, molto più serio e molto più scomodo: che cosa trova fuori chi torna libero?

Trova uno Stato finalmente capace di presidiare il territorio, liberare l’economia, difendere il demanio, proteggere gli onesti e isolare i clan? Oppure trova ancora una terra fragile, permeabile, dove la camorra può rientrare senza neppure fare troppo rumore?

È qui che bisogna smetterla con la retorica delle vittorie definitive. La camorra non è mai stata sconfitta. È stato decapitato un clan potentissimo. Ma decapitare non significa bonificare. Non significa restituire automaticamente libertà a un territorio. Significa, al massimo, aprire una finestra storica. E se quella finestra non viene riempita da Stato, lavoro pulito, amministrazioni impermeabili, imprese sane e presenza civile, allora torna il vecchio meccanismo: cambiano i nomi, cambiano i volti, ma il sistema trova il modo di rimettersi in piedi.

Il Litorale Domizio e la provincia di Caserta

E questo sul Litorale Domizio lo sappiamo benissimo. Lo sappiamo da troppo tempo. Lo sappiamo da mezzo secolo di omissioni e connivenze istituzionali. Lo sappiamo da un territorio trattato come periferia sacrificabile della Repubblica. Castel Volturno non è diventata una ferita nazionale per caso, ma perché per anni, troppi, lo Stato ha guardato altrove oppure è arrivato tardi, male, a intermittenza. E dove lo Stato si ritira o si spegne, la camorra non ha neppure bisogno di sfondare la porta: le basta entrare dalle crepe.

La storia recente lo dimostra meglio di qualsiasi proclama. La Direzione Investigativa Antimafia continua a indicare l’area casertana come territorio storicamente segnato dalla presenza del clan e segnala ancora la fazione Bidognetti come operativa anche a Castel Volturno. Ciò ci serve da promemoria per ricordare che il radicamento territoriale non si cancella con una conferenza stampa dopo gli arresti.

Ma il punto più importante è un altro ancora. La camorra ha imparato. Ha capito che sparare conviene meno di infiltrarsi. Che il piombo attira attenzione, mentre i soldi, le relazioni e la corruzione aprono porte. La DIA lo scrive con chiarezza: oggi il ricorso alla violenza è più contenuto, perché al centro resta il business; la mafia “silente e mercantilistica” privilegia un modello collusivo-corruttivo e cerca riferimenti dentro amministrazioni pubbliche, professioni e imprese. È esattamente la mutazione che abbiamo sotto gli occhi: meno coppole e più colletti bianchi.

E allora guai a raccontare questa fase come il possibile ritorno folkloristico di un clan del passato. Sarebbe quasi rassicurante perché il nemico sarebbe riconoscibile. No: il nemico di oggi è più elegante, più flessibile, più presentabile. Si veste da imprenditore, frequenta uffici, si fa aiutare da professionisti compiacenti, usa la legalità come maschera, non come limite. Ha capito che il comando vero non è soltanto far paura: è entrare nei meccanismi, nei flussi economici così come nelle debolezze della politica.

Immagine articolo
Presenze delle criminalità organizzata in provincia di Caserta (Relazione DIA 2024)

Per questo Castel Volturno e il Litorale Domizio restano un banco di prova terribile. Perché qui la camorra non è stata soltanto violenza. È stata governo del territorio. È stata occupazione dell’economia. È stata controllo sociale. È stata perfino capacità di normalizzare l’abuso. Non si entra per caso in un lido, in una concessione, in uno stabilimento balneare, in una filiera economica già vulnerabile. Ci si entra perché quel pezzo di territorio è strategico. E i fatti più recenti confermano che il mare, da queste parti, non è mai stato solo mare: nell’agosto 2025 è stato sequestrato a Castel Volturno il lido Nettuno, ritenuto gestito di fatto da due cugini di Michele Zagaria; a settembre 2025 c’è stato un altro sequestro simile; il 5 marzo 2026 un ulteriore sequestro ha colpito uno stabilimento balneare gestito da un condannato definitivo per favoreggiamento al clan dei Casalesi.

Chi pensa che tutto questo sia solo cronaca giudiziaria non ha capito niente. Questa è politica nel senso più duro della parola. Perché significa chiedersi come sia stato possibile che per anni, in un territorio devastato dalla pressione dei clan, pezzi di economia visibili e strategici continuassero a restare permeabili. Significa domandarsi chi abbia controllato, chi non abbia controllato, chi abbia visto, chi abbia preferito non vedere.

E poi c’è la memoria, che qui dovrebbe pesare come una pietra e invece troppo spesso viene ridotta a cerimonia. Castel Volturno è il luogo della strage del 18 settembre 2008: sei giovani africani uccisi dai killer dell’ala stragista dei Casalesi guidata da Giuseppe Setola, in un massacro che serviva a ribadire il controllo del territorio. Non un incidente della storia criminale, ma il linguaggio puro del potere camorristico: uccidere per comandare.

Le nuove forme della criminalità organizzata

E non basta neppure questo. Perché qui la contaminazione mafiosa ha toccato anche le istituzioni: il Comune di Castel Volturno fu affidato nel 2012 a una commissione straordinaria per infiltrazioni e condizionamenti della criminalità organizzata. Quando si arriva a questo punto, non si può più dire che il problema riguardi solo le periferie criminali. Riguarda il cuore stesso della tenuta democratica del territorio.

Perciò sì, l’allerta deve essere alta. Altissima. Ma non per una ragione isterica. Non perché bisogna gridare al ritorno del passato come se il tempo non fosse mai trascorso. L’allerta deve essere alta perché il passato ha cambiato forma.

Ed è per questo che il tema delle scarcerazioni non deve essere ridotto né a garantismo automatico né a facile allarmismo. Va letto per quello che è: uno specchio. Se un territorio è sano, forte, presidiato, trasparente, allora anche il ritorno di vecchi nomi resta confinato ai margini. Ma se il territorio è ancora debole, se l’economia pulita è lasciata sola, se la politica rincorre il consenso e non la bonifica civile, se lo Stato compare soltanto nei blitz e scompare nella vita quotidiana, allora il problema non sarà mai solo chi esce dal carcere. Il problema sarà sempre il mondo che quel carcere ritrova fuori.

La verità, nuda e brutale, è questa: il clan dei casalesi è stato colpito, ma la camorra ha saputo fare quello che fanno tutte le organizzazioni intelligenti e feroci: si è adattata. Ha capito che il sangue fa rumore, mentre i colletti bianchi fanno carriera. Ha capito che per contare davvero bisogna stare meno nei bunker e più nei gangli dell’economia e nei comuni.

E allora basta raccontarci favole. Non siamo davanti ai fantasmi di un mondo finito. Siamo davanti a un sistema che prova ancora a respirare. Per questo il problema non è chi esce dal carcere. Il problema è quello che trova fuori.

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  • #Camorra
  • #carcere
  • #caserta
  • #Clan dei Casalesi
Tommaso Morlando
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