
Oggi, 5 giugno, all’Arena di Verona, verrà ufficialmente presentata — con diretta su Rai 1 — la candidatura della canzone napoletana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’Unesco. A redigere il dossier destinato all’organizzazione parigina sarà Renzo Arbore.
In realtà, la canzone napoletana è patrimonio dell’umanità già da tempo, ben prima di qualsiasi riconoscimento formale. Per dimostrarlo, basta seguire il sorprendente viaggio di una melodia, “Santa Lucia”, nata a Napoli da padre francese, che ha viaggiato fino a Stoccolma per radicarsi nel cuore della tradizione svedese.
All’inizio dell’Ottocento, Guglielmo Cottrau arriva dalla Francia a Napoli, allora capitale del Regno borbonico. Se ne innamora e decide di restare. È qui che cresce suo figlio Teodoro, napoletano di seconda generazione, musicista e appassionato raccoglitore di tradizioni popolari. Cottrau trascrive, rielabora e diffonde melodie che fino ad allora vivevano nella memoria orale.
Tra queste, una in particolare: quella di “Santa Lucia”, ispirata ai canti dei pescatori del borgo marinaro. Nel 1849, il brano viene formalizzato con il testo in napoletano del barone Michele Zezza, “Lo varcaiuolo de Santa Lucia”, diventando una celebrazione della vita quotidiana sul lungomare partenopeo. La successiva versione in italiano, curata da Enrico Cossovich, ne spalanca le porte del mondo.
È Enrico Caruso, il più celebre dei tenori napoletani, a consacrarla definitivamente, incidendone una delle prime registrazioni discografiche. Con lui, nei tour internazionali, c’è spesso Richard Barthélemy: musicista cosmopolita, nato da genitori franco-italiani in Grecia, formatosi al Conservatorio di San Pietro a Majella e poi stabilitosi a Parigi. Nel 1912, Barthélemy vincerà la medaglia d’oro olimpica per la musica a Stoccolma, in occasione dei Giochi.
E proprio Stoccolma diventa il secondo teatro di questa storia.
Per comprendere il legame, bisogna tornare indietro nel tempo. In Svezia, prima della riforma del calendario del 1753, la notte tra il 12 e il 13 dicembre era considerata la più lunga dell’anno. Una soglia simbolica, carica di riti e credenze popolari. La figura di Santa Lucia, martire siracusana del IV secolo, si sovrappone progressivamente a queste tradizioni, trasformando una festa pagana in una delle celebrazioni più radicate della cultura svedese.
Ancora oggi, il 13 dicembre, bambini e ragazzi vestiti di bianco sfilano cantando, con corone di candele accese sul capo. È una delle immagini più iconiche del Natale nordico.
E qui avviene l’imprevisto.
La melodia di “Santa Lucia”, nata tra i pescatori napoletani, arriva in Svezia e viene adottata come base musicale della “Luciasången”, il canto simbolo della festa. Nel 1919 la giornalista Sigrid Elmblad scrive uno dei testi svedesi più diffusi, e nel 1927, durante la prima celebrazione pubblica organizzata dallo Stockholms Dagblad, la melodia napoletana entra definitivamente nella tradizione nazionale.
Un paradosso affascinante: una canzone che nulla aveva a che fare con la santa diventa la colonna sonora della sua festa più importante, a migliaia di chilometri di distanza.
È in questo intreccio che si coglie la forza universale della canzone napoletana. Non solo patrimonio artistico, ma organismo vivo, capace di trasformarsi, adattarsi, parlare lingue diverse senza perdere la propria identità.
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