
La notizia della morte di Silvio Berlusconi si è diffusa da poche ore a macchia d’olio sui media italiani. Ex Presidente del Consiglio, leader politico, imprenditore e personaggio pubblico ha condizionato la politica italiana alle radici. Abbiamo deciso quindi di ricordare 5 momenti che hanno trasformato per sempre il discorso politico del nostro Paese.
“L’Italia è il Paese che amo” è la frase d’apertura che rimbalzerà sugli schermi degli italiani e risuonerà nei decenni. Questa dichiarazione annuncia l’ingresso in politica di Berlusconi, a capo di un neo-nato movimento politico di centro-destra, che si pone come alternativa alla sinistra. L’Italia è in un momento storico di vuoto politico: Mani Pulite, l’indagine che scoperchia la corruzione dell’establishment politico, decima le fila della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista Italiano. Berlusconi lascia ai figli le cariche sociali che ricopre in Fininvest– azienda a capo di Mediaset, Mondadori, Mediolanum e Teatro Manzoni- mantenendone la proprietà.
La Giunta per le elezioni delibera di archiviare i reclami per la presunta ineleggibilità. Nel mentre gli schermi Fininvest vengono illuminati dalla campagna elettorale di Forza Italia, in corsa con Lega Nord e il Movimento Sociale Italiano. Ad aprile 1994, pochi mesi dopo aver pronunciato il suo “discorso agli Italiani”, Berlusconi diventa Premier. Si apre così la Seconda Repubblica, in un clima di cesura netta dalla fedeltà ideologica che aveva condizionato i “partiti storici”. Le parole d’ordine del futuro sistema partitico e della comunicazione pubblica sono: personalismo, berlusconismo e partito pigliatutto.
La crisi di governo del 2005 -con cui termina il Governo Berlusconi II- lancia un nuovo periodo di campagna elettorale spietata. Se il 2001 è stato l’anno del “Contratto con gli Italiani” firmato in diretta televisiva da Bruno Vespa a Porta a Porta, dal 2006 il Cavaliere è a capo dell’opposizione. A poco serve la dichiarazione, durante un dibattito televisivo con Romano Prodi, di voler “abolire l’ICI sulla prima casa“. Dopo aver contestato il risultato delle elezioni, che lo vedono perdente contro la coalizione di centrosinistra, annuncia di voler formare un nuovo partito “contro i parrucconi della politica”. Il Popolo della Libertà, fondato con Fini, è il nome scelto (già usato in una manifestazione contro il Governo Prodi). Questo “unico grande partito della libertà” prende velocemente il posto di Forza Italia, coalizzandosi con Lega Nord e Movimento per l’Autonomia. Tra il 2006 e il 2008 Berlusconi colleziona 4623 assenze su 4693 votazioni parlamentari, diventando l’onorevole più assenteista. Nel maggio 2008, giura tra le mani del Presidente della Repubblica Napolitano, inaugurando così il suo quarto mandato.
Alla fine di un comizio per il tesseramento al Popolo della Libertà, Berlusconi viene ferito in pieno volto da una statuetta del Duomo di Milano. A lanciarla è un uomo di 42 anni, poi dichiarato incapace di intendere e di volere, che lo “vedeva come il simbolo di un sistema che detestavo e volevo combattere“. Il 2009 è l’anno dell’aggressione e della ratifica del Trattato di Amicizia tra Italia e Libia. Sono 5 miliardi di dollari, compensazione per l’occupazione militare italiana, in cambio dell’impegno da parte del dittatore Gheddafi di combattere l’immigrazione clandestina dalle coste libiche. L’Italia è uno dei primi Stati a riconoscere il regime di Gheddafi, emerso con la guerra civile, attirandosi le accuse “di schizofrenia” del Consiglio Europeo Affari Esteri.
Berlusconi dichiara di non voler “disturbare” Gheddafi, ma a seguito delle continue violenze governative, il contratto viene dichiarato “sospeso de facto” nel 2011 e l’ambasciata italiana a Tripoli chiusa. Poi riaperta nel 2017, in occasione della visita dell’ex ministro dell’interno Marco Minniti, che sotto l’egida del governo Gentiloni firma il Memorandum Italia-Libia per il “rafforzamento della sicurezza delle frontiere”. L’accordo, rinnovato nel 2020 e nel 2022, stabilisce l’invio di fondi e mezzi italiani alle autorità libiche. Verranno usati per il respingimento, la detenzione e la violazione dei diritti umani dei migranti in Libia.
Nel 2010 inizia a Milano quella che viene definita da Repubblica “la saga giudiziaria più sconcia del secolo“. Il caso Ruby è l’evento che cristallizzerà l’immagine del Premier in uno scenario di “festini a luci rosse” ad Arcore, mazzette e prostitute minorenni. Una tra queste è Ruby, diciassettenne marocchina, che il Cavaliere difenderà personalmente alla Questura di Milano, dove era stata condotta. Affermerà che si trattava della “nipote di Mubarak“. Sono gli anni della grave crisi del 2008 e l’ottimismo imprenditoriale misto a opulenza, che Berlusconi aveva trasformato in un marchio, inizia a stridere con il clima generale. I rapporti tra Italia e Germania si fanno tesissimi, in un’estate indimenticabile per la politica italiana.
Mentre lo spread è alle stelle, la Banca Centrale Europea definisce “non sufficienti” le misure intraprese dal Governo italiano, con una lettera indirizzata dall’allora Presidente della BCE Mario Draghi al Premier. Mario Monti, candidato a rimpiazzarlo, sul Corriere della Sera pubblica un’analisi del Paese e afferma la necessità di un “governo tecnico sopranazionale”. Il Giornale, proprietà della famiglia Berlusconi, di risposta dichiara che “i poteri forti” stanno tentando il “blitz”, coniando un’espressione ancora oggi impressa nel dibattito politico. Nel novembre dello stesso anno, dopo aver perso la fiducia in Parlamento, Berlusconi si dimette.
Il declino dell’immagine pubblica di Berlusconi ha inizio nel 2011 con una notizia diffusa dal Fatto Quotidiano, in cui si fa riferimento a una battuta del Presidente sulla Cancelliera tedesca Angela Merkel, che avrebbe definito “culona inchiavabile”. Marco Travaglio, il direttore del giornale, è uno dei suoi critici più accaniti. I due si incontrano per la prima volta nel 2013 a Servizio Pubblico, programma di La7 condotto da Michele Santoro, generando un’impennata di shares. “Abbiamo perso vent’anni”, gli dice Travaglio, accusandolo di aver speso tutte le sue energie, la sua influenza mediatica e sulla gente a combattere chi combatte le mafie, la corruzione e l’evasione.
La puntata viene ricordata per il gesto di sdegno con cui Berlusconi pulisce la sedia di Travaglio, ma è in realtà l’uscita del Cavaliere dallo studio a essere più memorabile, quasi una metafora dell’uscita di scena dalla Presidenza del Consiglio. Le intercettazioni di “culona inchiavabile” riportate dal Fatto non saltano mai fuori. Solo nel 2017 Travaglio ha ammesso che “o non c’erano o furono stralciate per irrilevanza penale“.
Intanto la battuta rimbalza ancora una volta sugli schermi italiani e esteri, costringendo Berlusconi ad affrontare la domanda scomoda da Jeremy Paxman sulla BBC nel 2014. Nega categoricamente, dopo un istante di imbarazzo. Il conduttore inglese incalza con il “bunga-bunga, le accuse, la corruzione”, Berlusconi parla dei “57 processi” e delle “oltre 2700 udienze” che lo hanno “colpito” negli ultimi vent’anni, intaccando la sua immagine all’estero. “Fortunatamente sono più forte di quello che mi hanno fatto. Voglio lasciare al mio paese un governo conservatore.” Dopo quasi dieci anni da quell’intervista, pare che la profezia si sia avverata.
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