
Ieri al Teatro Bellini di Napoli è andata in scena “La città dei vivi“, uno spettacolo diretto da Ivonne Capece e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia. Prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale, “La città dei vivi” è un’opera potente che usa un caso di cronaca nera come strumento per porre domande.
Come sottolinea la regista Ivonne Capece, lo spettacolo “non è un true crime, ma, al contrario, ne rappresenta l’antitesi.” La scelta registica è quella di allontanarsi dai dettagli della cronaca, pur centrali nel romanzo, per indagare ciò che della vicenda parla a tutti: le contraddizioni dell’animo umano, il rapporto con la violenza, il confine fragile tra creazione e distruzione. Infatti, non vengono mai pronunciati nomi, né dei carnefici né della vittima, in modo da trasfigurare personaggi realmente esistiti. In scena Sergio Leone, Pietro De Tommasi, Daniele Di Pietro e Cristian Zandonella diventano così delle figure archetipiche, incarnazioni di diverse tensioni della condizione umana.
La regia di Ivonne Capece costruisce uno spazio ibrido in cui la presenza fisica degli attori convive con un articolato universo multimediale: fatto di figure semi-olografiche, proiettate a grandezza naturale in scena. Secondo la regista: “la multimedialità rappresenta la violenza collettiva della società che irrompe nel privato doloroso dei protagonisti.” Così, il palco diventa il luogo del crimine, ma anche il luogo del processo, un microcosmo privato invaso dal mondo intero.
Lo spettacolo prende forma dal romanzo di Lagioia, diventato un bestseller mondiale. Anche sulla scena, Roma non è solo un luogo, ma una metafora dell’umanità: una città contesa tra vivi e morti, tra violenza e tenerezza, vittime e carnefici. Lo stesso Lagioia viene interpretato da Sergio Leone, che fa sia da padre sia da alterego dello scrittore. Da un lato, la necessità di indagare il male, mentre dall’altro la paura di venirne risucchiati. La domanda che lo tormenta viene girata al pubblico: “Perché diciamo sempre “Ti prego, fà che non accada a me” e mai “Ti prego, fa che non sia io a farlo?”
La città dei vivi è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto a Roma. La violenta uccisione di Luca Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo avvenuta nel marzo 2016. Un evento che ha scosso profondamente l’opinione pubblica per le sue dinamiche brutali.
Nel romanzo di Nicola Lagioia, la cronaca diventa il simbolo di un malessere più ampio e difficile da circoscrivere. Il racconto del delitto si intreccia a un’indagine più profonda sul contesto umano, sociale e culturale che lo ha reso possibile. La cronaca, così, perde i contorni del caso giudiziario e si trasforma in specchio dell’umano. Il vuoto e la mancanza di empatia che spingono due ragazzi di buona famiglia a compiere un atto crudele. Lagioia utilizza il caso per per interrogare ciò che, come società, preferiamo non vedere.
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