
Già nel lontano 2014, nel corso del Summit Nato in Galles, gli Stati membri della Nato assumevano l’impegno di incrementare le proprie spese per la difesa fino al raggiungimento dell’obiettivo del 2% delle stesse rispetto al PIL.
A circa dieci anni di distanza, l’impulso al riarmo viene dall’emergenza bellica che ha colpito il cuore dell’Europa. Infatti, il 16 marzo scorso, in piena crisi ucraina, la Camera dei deputati ha approvato un ordine del giorno con cui si impegna il Governo ad incrementare le spese per la difesa nella misura indicata.
Una “bella” escalation, se si pensa che nel 2014 la spesa militare corrispondeva all’1,1% del PIL, per poi crescere toccando i 21 miliardi nel 2019 e i 25 miliardi nel 2021. La decisione fa storcere il naso, soprattutto a chi si avvede del drastico taglio di risorse che ha riguardato i settori della sanità e dell’istruzione. Verrebbe, inoltre, da dubitare della costituzionalità di questa corsa agli armamenti, dal momento che, ai sensi dell’art. 11 della nostra Costituzione, l’Italia ripudia la guerra. Eppure, come osservato dal Presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli, la politica militare italiana si pone in linea con i trattati internazionali. A ciò si aggiunga che l’art. 11 è un’enunciazione di principio, espressione del ripudio della guerra di aggressione quale soluzione delle controversie internazionali.
La stessa Costituzione dedica attenzione allo stato di guerra che può essere deliberato dal Parlamento e proclamato dal Presidente della Repubblica. Resta, invece, saldo il diritto dei popoli di difendersi e, di conseguenza, la legittimità del prestare aiuto militare all’Ucraina. Il massiccio riarmo che sta interessando l’Italia porta, peraltro, ancora una volta, il focus sul tema dell’Intelligenza ArtIficiale (AI). Nel mese di ottobre, infatti, la Nato ha adottato una propria strategia per l’AI, che ne incoraggia l’applicazione nelle attività di sicurezza e difesa. Una strategia che replica le risoluzioni di Paesi come la Cina, gli Stati Uniti, la Russia ma anche di Stati più piccoli come la Turchia e la Corea. Gli investimenti militari in questo settore sono in costante crescita, al punto che il mercato militare dell’IA potrebbe raggiungere i 12 miliardi di dollari entro il 2025 con un tasso di crescita annuo del 13%.
Il presente, quindi, ci chiama al confronto con problematiche di non poco momento, sollevando degli interrogativi cui probabilmente solo il futuro saprà rispondere. In primo luogo, ci si domanda se sia opportuno un simile aumento della spesa militare a fronte del depauperamento di ambiti vitali per il benessere sociale. In seconda istanza, l’imperversare dell’IA nel settore della difesa ripropone nel campo bellico le diatribe che connotano il tema dell’automazione.
Infatti, da un lato, l’AI offre numerosi vantaggi: permettere ai sistemi autonomi, armi autonome incluse, di funzionare sotto ridotta supervisione umana o addirittura nulla (autonomy); poter processare e interpretare grandi volumi di dati (big data analysis); supportare il comando e il controllo delle attività belliche (decision making & mission command). Sull’altro versante, i sistemi di IA presentano vulnerabilità, sono soggetti a failures, possono essere imprevedibili o troppo ossequiosi dei protocolli. In definitiva, nell’impossibilità di prognosticare l’evolversi degli scenari storici, non può che esprimersi l’auspicio che la politica, nell’individuare i fini dell’agire pubblico, ponga sempre al centro l’umano e che orienti le sue scelte, insindacabili, a tutela dell’umanità tutta.
Articolo di Edna Borrata e Ilaria Ainora
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