
Lavorare dovrebbe essere un diritto, non una maniera alternativa di morire. Un’affermazione sicuramente cruda, che non lascia spazio alla sensibilità del lettore, ma doverosa. Insieme a Salvatore Riccardi abbiamo affrontato il tema della sicurezza e delle morti sul lavoro. Quest’ultimo è il Presidente dell’associazione ARIFOS, di cui a breve parleremo, e direttore dell’azienda Aria Consulenze Srl.
L’associazione ARIFOS è “rappresentativa di aziende pubbliche e private, aziende di servizi, di consulenza, professionisti e studi professionali che operano nel campo della sicurezza sul lavoro, della formazione, informazione ed orientamento nel campo della sicurezza sui luoghi di lavoro di formatori e operatori della sicurezza sul lavoro”. «Noi come associazione “formiamo i formatori” nel nostro campo, poi come attività privatistica abbiamo la nostra azienda che è “Aria Consulenze” – spiega Riccardi- come Presidente dell’associazione ho spesso fatto delle audizioni alla Camera dei Deputati, alla commissione d’inchiesta sulla sicurezza sul lavoro, in particolare per la tragedia di Brandizzo».
Della tecnologia avanzata di cui disponiamo ne ha in qualche modo beneficiato o influito il vostro settore?
«Per adesso vedo queste tecnologie poco influenti nel nostro settore. Ciò perché pensiamo che si tratta di una materia squisitamente tecnica, quindi noiosa da un certo punto di vista, piena di regole e articoli di legge. In realtà parliamo di una materia umanistica, fatta dalle persone. Quest’ultime devono tornare la sera a casa sane e salve».
Riccardi ci spiega che durante il lavoro muoiono sempre più persone in Italia, ormai da tempo il numero dei morti si aggira tra i 1000 e i 1100 all’anno. Parliamo della scomparsa di tre persone al giorno, e sapremo della loro morte solamente se il decesso avviene in circostanze particolari. Sono vent’anni che questo numero non si abbassa.
“Di chi è la colpa?” ci si chiede spesso. Il nostro intervistato sorprendentemente ci risponde: «Sento solo ed esclusivamente la parte delle organizzazioni sindacali che affermano che c’è bisogno di più controlli, più ispettori. Ma è realistico avere un ispettore per ogni azienda? Sarebbe come avere un poliziotto per ogni criminale».
E allora ci sorge spontanea la domanda: chi è “l’assassino” in questa storia? «È la cultura, intesa come modo di agire. La frase più pericolosa in assoluto è quella che tu avrai sentito spesso: “non ti preoccupare, abbiamo sempre fatto così”. Questo è il problema e non ci arrivi con una norma».
Infatti, ci spiega Riccardi, uno dei moduli della formazione che propongono è: “Oltre le regole”, perché solo con le norme non funziona, è l’approccio culturale che deve essere diverso. Il tutto risiede nel far trovare ai lavoratori una loro motivazione del perché dovrebbero imparare a proteggersi sul lavoro.
«Questo cerchiamo di farlo con dei percorsi formativi che siano empatici – ci spiega Salvatore – Crediamo sia efficace raccontare storie di coloro che hanno vissuto in prima persona le conseguenze di un approccio superficiale nei confronti della sicurezza. A volte facciamo parlare appositamente dei “sopravvissuti” ad incidenti».
Un altro problema risiede nella poca consapevolezza dei ruoli all’interno delle aziende. «Noi abbiamo proposto una modifica nel decreto legislativo 81\2008, che va proprio a dare consapevolezza dei ruoli tra gli attori che si occupano della sicurezza del lavoro. Abbiamo presentato un emendamento in capo al datore di lavoro affinché ci sia l’obbligo di individuare i dirigenti della sicurezza nella loro organizzazione. questo è fondamentale per capire di chi è la responsabilità di eventuali imprevisti».
Con Salvatore discutiamo di quanto il lavoratore sia comunque soggetto alla volontà del datore di lavoro, indipendentemente dalla sua. Questo avviene perché il bisogno primario dell’operaio è “portare la pagnotta a casa”, quindi che siano o meno presenti delle misure di prevenzione e sicurezza, si lavora comunque. Comunque sia, dei miglioramenti della norma possono essere fatti: a breve infatti sarà obbligatorio che i datori di lavoro siano formati, obbligo che ad oggi non esiste.
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