
C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, senza ipocrisie: noi cittadini siamo ancora davvero rappresentati? La questione torna oggi con forza mentre, a poco più di un anno dalla fine naturale della legislatura, il Parlamento discute una nuova riforma elettorale.
La riforma elettorale non può diventare l’ennesimo strumento per blindare il potere delle segreterie: senza scelta reale degli eletti, il voto perde sostanza C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci, senza ipocrisie: noi cittadini siamo ancora davvero rappresentati? La questione torna oggi con forza mentre, a poco più di un anno dalla fine naturale della legislatura, il Parlamento discute una nuova riforma elettorale. Si parla di soglie, premi di governabilità, coalizioni, percentuali, formule tecniche. Tutto legittimo.
Ma il punto vero è un altro: chi sceglie gli eletti? Perché da anni i cittadini italiani vengono chiamati a votare, ma sempre meno a scegliere. Mettiamo una croce su un simbolo, affidiamo il nostro consenso a una lista, ma spesso i nomi sono già stati decisi altrove. Non nei territori. Non nelle comunità. Non attraverso un rapporto vero tra elettore ed eletto. Ma nelle stanze chiuse dei partiti, dove pochi decidono chi candidare, chi premiare, chi proteggere, chi piazzare nei collegi più sicuri. Questa è la grande malattia della nostra democrazia: la partitocrazia. Non una dittatura nel senso classico del termine, ma una forma più subdola di potere chiuso. Una dittatura gentile, formalmente legale, fatta di liste bloccate, candidature blindate, fedeltà personali, correnti, tessere controllate da pochi e rapporti di convenienza. Il cittadino vota, ma il partito nomina.
Il cittadino spera, ma il partito decide. Il cittadino giudica, ma il sistema spesso ricicla sempre gli stessi. E allora la domanda diventa inevitabile: a chi risponde davvero un parlamentare eletto in questo modo? Agli elettori o a chi lo ha messo in lista? Al territorio o alla segreteria? Alla coscienza o alla disciplina del capo? Qui sta il cuore del problema. Una democrazia funziona quando chi viene eletto sente il peso dello sguardo dei cittadini. Quando sa che dovrà tornare tra la gente, spiegare le proprie scelte, rendere conto del proprio operato. Ma se la sua elezione dipende soprattutto dalla posizione in lista, dalla protezione di un dirigente, dall’appartenenza a una corrente, allora il rapporto democratico si spezza.
La politica dovrebbe essere servizio. Dovrebbe nascere prima delle elezioni e continuare dopo. Dovrebbe essere presenza, competenza, sacrificio, ascolto, responsabilità. Invece troppo spesso diventa carriera, vetrina, scalata personale. Si parla di territorio solo in campagna elettorale. Si promette legalità, lavoro, sviluppo, vicinanza alla gente. Poi, passata la raccolta del consenso, tutto torna nelle mani dei soliti apparati. Farei domande sacrosante ai candidati: dov’eravate prima delle elezioni? Che cosa avete fatto per la vostra comunità? Quali competenze avete? Che rapporto avete con gli interessi economici? Dove sarete se non verrete eletti? Sono domande semplici, quasi brutali. Ma proprio per questo necessarie. Perché la qualità della democrazia non si misura dai manifesti elettorali, ma dalla credibilità delle persone che chiedono fiducia.
Oggi, invece, assistiamo a un paradosso: i partiti parlano continuamente in nome del popolo, ma spesso hanno paura di far scegliere davvero il popolo. Chiedono voti, ma non restituiscono potere. Invocano la partecipazione, ma poi costruiscono liste decise dall’alto. Denunciano l’astensionismo, ma dimenticano che molti cittadini non si allontanano dalla politica per pigrizia: si allontanano perché non si sentono più ascoltati, né rappresentati. La riforma elettorale, allora, non può essere soltanto una partita tra maggioranza e opposizione. Non può essere l’ennesimo vestito cucito su misura per chi governa oggi o per chi spera di governare domani.
Deve rispondere a una domanda di fondo: vogliamo restituire agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti oppure vogliamo consolidare il potere delle segreterie? Perché senza scelta reale non c’è rappresentanza piena. E senza rappresentanza piena la democrazia si svuota. Rimangono le procedure, le urne, i simboli, le campagne elettorali. Non basta garantire governabilità. La governabilità è importante, ma non può diventare il pretesto per restringere la partecipazione. Un Paese stabile ma poco rappresentato non è più forte: è più fragile.
La stabilità senza libertà di scelta rischia di trasformarsi in conservazione del potere. Servono regole chiare: più trasparenza nella selezione dei candidati, meno liste bloccate, meno candidature calate dall’alto, meno collegi sicuri assegnati agli amici, più responsabilità verso i territori. Servono partiti aperti, non comitati elettorali personali. Servono candidati riconoscibili per ciò che hanno fatto, non solo per chi li ha sponsorizzati. La politica appartiene ai cittadini. Non alle tessere controllate da pochi. Non ai capibastone. Non alle correnti. Non ai calcoli di palazzo.
Se la nuova legge elettorale servirà a restituire voce agli elettori, sarà una riforma utile. Se invece servirà soltanto a blindare il potere dei partiti, allora dovremo avere il coraggio di dirlo: non sarà una riforma democratica, ma l’ennesimo sequestro della rappresentanza. E una democrazia sequestrata, prima o poi, smette di essere democrazia viva. Diventa rito, abitudine, facciata. Il voto deve tornare a essere scelta. La politica deve tornare a essere servizio. I cittadini devono tornare a essere protagonisti, non spettatori chiamati ogni cinque anni a ratificare decisioni prese da altri. Questa è la vera battaglia democratica del nostro tempo.
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