
Con Navalny è morta l’unica vera opposizione critica contro Putin. Navalny muore in dinamiche sospette, qualche media legato al governo russo parla di un embolia polmonare. Da molti la notizia è stata accolta come l’ennesimo assassinio in atto di Putin. Mosca e in tante capitali i fiori stanno diventando un simbolo delle commemorazioni per l’oppositore russo Navalny, morto in una remota colonia penale al di là del Circolo polare artico. Succede anche a Milano, dove 12 persone hanno deposto fiori sotto la targa di Anna Politkovskaya per onorare la memoria di Alexei Navalny, poi bloccate dalla Digos per essere identificate.
Questo raduno silenzioso è stato organizzato dall’associazione “Annaviva” in onore di Anna Politkovskaya, la giornalista russa uccisa nell’androne di casa nel 2006. La Politkovskaja è nota principalmente per i suoi reportage sulla seconda guerra cecena e per le sue aspre critiche contro le forze armate e i governi russi sotto la presidenza di Vladimir Putin, accusati del mancato rispetto dei diritti civili e dello stato di diritto.
Una volta sul posto, questo gruppo si è però ritrovato a presentare i propri documenti su richiesta degli agenti della Digos, che erano sul posto per monitorare la manifestazione. Questa richiesta abbastanza anomala della Digos ha guadagnato una certa eco. È rimbalzata sulle pagine di cronaca di diverse testate. Non poche persone hanno temuto che si trattasse di un’azione che ricorda quelle che si usano in paesi in cui la democrazia non è un bene così consolidato.
È normale che dodici persone che si riuniscono per porgere un fiore in memoria di Alexey Navalny, peraltro in un luogo simbolico, siano identificate dalla Digos? La risposta è complessa e non può essere liquidata con un “sì” o con un “no”. È bene ricordare però che nel nostro paese un agente delle forze dell’ordine ha sempre la facoltà di chiedere documenti, anche senza dare spiegazioni. Questo perchè potrebbero esserci dietro questioni di sicurezza di cui noi non siamo tenuti ad esserne a conoscenza. Non identificarsi sarebbe di fatto resistenza a pubblico ufficiale.
A stretto giro è partita un’interpellanza parlamentare al ministro Piantedosi, che ha dichiarato: “È capitato anche a me nella vita di essere identificato, non credo che sia un dato che comprime una qualche libertà personale”.
Una nota della polizia ha parlato di un eccesso di scrupolo magari di alcuni agenti. Ma è notizia delle ultime ore però che tra gli individui identificati hanno riconosciuto anche Alberto Franceschini. Stiamo parlando di uno dei fondatori delle Brigate Rosse, condannato per omicidio, costituzione di banda armata, associazione sovversiva, sequestro di persona, ecc. La sua pena è stata negli anni ridotta, guadagnandosi i domiciliari, per un pentimento giudicato dalle autorità competenti come «sincero». Questa domenica c’era anche lui a commemorare Navalny, come suo diritto fare. Ma la sua presenza è stata monitorata in modo “speciale”.
È sintomo di una democrazia sana il fatto che vengano sollevati i dubbi sul perché dei privati cittadini debbano essere identificati ad una semplice adunata. Così com’è bene sempre cercare una risposta prima di gridare alla censura o peggio.
Le identificazioni della Digos hanno inevitabilmente sollevato un polverone politico sul caso legato a Navalny. Il primo a prendere posizione è stato il senatore del Partito democratico Filippo Sensi, che ha dato notizia dell’accaduto e ha poi assicurato su Twitter che “con una interrogazione parlamentare a Piantedosi chiederemo conto di che Paese siamo”.
A Piantedosi hanno replicato Annaviva con il post e ancora Sensi, su Twitter: “Se per Piantedosi identificare persone che portano un fiore per Navalny è normale, prendere documenti e generalità non comprime le libertà personali, allora il problema non sono gli agenti e l’abuso di potere in uno stato di diritto. Il problema è Piantedosi”. Per lunedì dall’associazione hanno annunciato un nuovo momento di ricordo per Navalny. L’appuntamento è ancora una volta ai giardini Politkovskaja, alle 17.
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