
C’è un’immagine che a Napoli non ha bisogno di didascalie: uno scheletro di cemento armato, una gru ormai arrugginita e immobile da anni, l’erba che cresce tra le recinzioni divelte al di sotto di una distesa di rifiuti di ogni sorta. A Pianura, in via Grottole, quella sagoma grigia è diventata parte integrante del paesaggio quotidiano. I bambini la vedono andando a scuola, gli anziani camminando per andare a fare la spesa, i residenti parcheggiando l’auto in quello che avrebbe dovuto essere un presidio sanitario all’avanguardia per l’intero quartiere. Doveva essere un poliambulatorio moderno, un punto di riferimento per migliaia di cittadini. Eppure, è diventato negli anni un simbolo concreto di un’opera pubblica mai portata a termine.
La storia comincia negli anni Novanta, quando per il quartiere si immaginava un rilancio concreto. Allora fu previsto un cofinanziamento tra il Comune di Napoli e la Regione Campania, per un investimento iniziale pari a circa 16 miliardi di lire, destinati a concentrare servizi sanitari in una zona che ne era da sempre rimasta sprovvista. Successivamente, nel 2002, venne annunciato ufficialmente l’avvio dell’opera, la cui inaugurazione sarebbe stata fissata per il 2007, con un costo complessivo stimato di 7 milioni di euro. Un’opera «bella, avveniristica, utile alla gente di Pianura», come fu definita a Palazzo San Giacomo.
Poi, inizia la parabola discendente. Nel 2008 il cantiere subisce uno stop definitivo. Secondo quanto ricostruito negli anni, erano stati spesi quasi tre milioni di euro. La ditta appaltatrice reclamò così il pagamento di una tranche pari a circa 800mila euro mai versata dal Comune. Da quel momento, si apre un lungo contenzioso, e i lavori vengono abbandonati. Da allora, cala il silenzio più totale. La gru è rimasta al suo posto, e la struttura ha cominciato man mano a cedere in numerosi punti. E il quartiere ha imparato a convivere con una promessa mai mantenuta.

«Noi di Pianura eravamo davvero contenti di un simile progetto, anche alla luce di una conseguente rivalutazione della zona. Con una simile struttura, non avremmo avuto la necessità di spostarci al Distretto 26 dell’Asl a Soccavo, perché avremmo avuto qui tutti i servizi di cui avevamo bisogno», afferma con amarezza Eduardo Iescone, storico residente del quartiere. Oggi, intorno a quella struttura, la vita scorre come se nulla fosse. Ma basta fermarsi qualche minuto per ascoltare un sentimento comune: quello dell’indignazione. Con il tempo, infatti, l’area ha cambiato funzione, assolutamente diversa da quella prevista dal progetto originario: non solo è ormai diventata un parcheggio improvvisato per le auto, ma anche una vera e propria discarica abusiva, ospitando pneumatici, cavi elettrici, plastica, rifiuti edili, materiali di risulta e, in alcuni punti, persino sostanze pericolose. Una vera e propria terra di nessuno.
A fotografare con grande precisione le condizioni di questo luogo è Alessandro Roselli, studente di Medicina presso Università degli Studi di Napoli Federico II. Rivolgendo lo sguardo verso la carcassa di cemento, non usa mezzi termini: «Siamo davanti a un ecomostro, che è qui da circa 20 anni, diventando un serio pericolo per l’intera comunità. Ricordiamo che a pochissima distanza da questa struttura ci sono una scuola elementare e un asilo», evidenziando come non sia raro vedere «ragazzi e bambini che scavalcano i muri o si intrufolano dietro le lamiere, giocando all’interno di questa struttura».
Ma non è tutto. Camminando tra la coltre di rifiuti, Alessandro Roselli ha richiamato l’attenzione su un grave episodio che lo ha visto coinvolto in prima persona: «Circa un anno fa, proprio in questa zona, un camion scaricò chili e chili di eternit, contenente grandi quantità di amianto. Allora, mi sono impegnato per farli rimuovere, denunciando tutto alle autorità, tra cui la polizia ambientale, le quali ci hanno impiegato più di una settimana per mettere l’area in sicurezza». Riflessioni che aprono un capitolo ancora più serio: «L’amianto è una sostanza che, se frantumata o gettata nell’ambiente – prosegue Roselli – rilascia degli aghi molto sottili, che viaggiano nell’aria. Una volta inalati, si depositano nei polmoni e non riescono ad essere degradate dalle cellule dei macrofagi. Inoltre, possono essere responsabili della comparsa di patologie estremamente gravi, quali possono essere tumori o mesoteliomi».
«È davvero una vergogna che le autorità competenti non impieghino mezzi per mettere in sicurezza questa zona, e soprattutto che questa struttura ancora non sia stata abbattuta», conclude il ragazzo, con la delusione sul proprio volto. Perché questo edificio non rappresenta solo cemento e rifiuti lasciati al caso. È una ferita aperta nel cuore della comunità di Pianura, un servizio negato da circa venti anni, e finché resterà lì, non rappresenterà solo un edificio incompiuto. Continuerà infatti a ricordare che le promesse pubbliche, quando non mantenute, non smettono mai di interrogare il presente.
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