
Civil War, ultimo film di uno dei registi più interessanti degli anni 2000, è nelle sale italiane da ormai due settimane. Alex Garland ci regala quello che finora è il suo film più maturo, più memorabile, paradossalmente fuori da qualsiasi ideologia politica sebbene racconti una guerra civile che deflagra il paese più influente al mondo, eppure carico di dissenso ideologico verso il nemico più grande della storia dell’umanità: l’essere umano. Una pellicola da cui nessuno esce assolto: governo e civili, giornalisti, pacifisti e guerriglieri, tutti sono componenti di un puzzle macabro che mette insieme gli atteggiamenti orrorifici, cinici, ipocriti o omertosi a cui può arrivare l’essere umano. Un puzzle di un mondo distopico, ma formato da pezzi così dannatamente realistici.
Come si può forse evincere dal titolo, Civil War racconta una guerra civile che prende piede in tutti gli Stati Uniti, il cui antefatto non viene neppure spiegato, i motivi che portano a questa insurrezione sono oscuri, fatto salvo per alcuni dettagli che emergono durante i dialoghi presentando un presidente al terzo mandato che ha bombardato i dissidenti. Scelta consapevole, questa, per raccontare un mondo che è così lontano dal dialogo, così represso e rabbioso, che gli ideali del conflitto passano in secondo piano per entrambi gli schieramenti, e forse sono scomparsi del tutto, lasciando spazio a militari filo-governativi che fanno pulizia etnica a piacimento, e militari rivoluzionari che sfruttano la guerra per sfogare la propria rabbia repressa, senza alcun freno inibitorio.
Chi cerca di trovare una razionalità negli scontri che si susseguono nel film viene anzi preso in giro e reputato uno stolto, come vediamo nella scena di due militari appostati per uno scontro a distanza contro altri uomini in una casa. Uno dei protagonisti, nascosto lì vicino, prova a capire chi ci sia nella casa, chi o cosa stiano combattendo, finendo per essere sbeffeggiato da uno dei militari, perchè incapace di capire che l’unica cosa che conta è che in quella casa ci siano degli uomini. Uomini che stanno sparando, e a cui dobbiamo sparare anche noi di conseguenza.
Garland muove la macchina da presa quasi sempre a mano, trascindandoci inizialmente in modo silenzioso in un inferno assordante, agonizzante, con la nostra protagonista, una fotoreporter, in prima linea ad immortalare un attentato. Nelle scene iniziali, la fotografa intepretata da Kirsten Dunst ci viene mostrata con inquadrature bokeh che parlano più di qualsiasi dialogo per spiegare un’umanità, e in particolare un giornalismo, realtà esterna all’orrore più vicina ad esso che si possa trovare, che è alienato dall’ambiente circostante, vomitato in un mondo che vive ormai, forse perchè costretta o forse per interesse personale, in maniera fredda e asettica.
La storia si sviluppa in un viaggio on the road in cui i nostri protagonisti, tutti giornalisti in cerca di esclusiva, rischiano la vita cercando di raggiungere chi la prima linea, chi il presidente in cerca di una dichiarazione, fino allo scontro finale alla casa bianca in cui Garland mette in scena una delle sequenze più belle degli ultimi anni, riuscendo a rimanere compostissimo con la macchina da presa in scene intrise di azione e caos, aiutato dal montaggio perfetto di Jake Roberts.
Si parte dai già citati peronaggi di sfondo dei militari di entrambi gli schieramenti, che Garland descrive come esseri inumani che lottano per qualsiasi cosa tranne che per un bene comune, che sia la voglia di fare pulizia etnica, la voglia di sfogare rabbia repressa, la voglia di distruggere un potere che non gli aggrada senza neanche un’idea di cosa piazzare al posto di esso, o la voglia di ottenere, come vediamo nel discorso iniziale del presidente intriso di retorica, o dal meraviglioso quanto macabro scatto finale del film, una vittoria mediatica prima ancora che politica-militare.
La storia di Civil War è però raccontata dal punto di vista di un gruppo di giornalisti, composto dalla già citata – ed eccellente – Kirsten Dunst, affiancata da un bravissimo Wagner Moura, un superbo Stephen McKinley Henderson e una Cailee Spaeny nei panni di una ragazzina, che ha come idolo proprio la nostra Kirsten Dust, e che “subirà” un’evoluzione emblematica nell’esplicitare la degenerazione umana in mezzo ad un mondo in fiamme. La piccola fotografa è infatti l’unica del gruppo, all’inizio del viaggio, a non avere ancora acquisito la mentalità disinibita e disincantata di cui Lee Smith (Kirsten Dunst) è la colonna portante. Proprio quest’ultima racconta a metà film come non riesca più a svolgere il proprio lavoro di giornalista per comunicare qualcosa di significativo alle persone, per poter cambiare qualcosa. Non ci crede più, non ci crede più nessuno.
Jessie (Cailee Spaeny) reagisce nelle fasi iniziali in maniera comprensibile a tutto l’orrore che la guerra civile le mostra. Piange, vomita, va in panico facilmente, ha una serie di reazioni che a noi sembrano naturali, ma che all’interno del gruppo cozzano incredibilmente. Riuscirà nel corso del film a conformarsi talmente tanto a quel tipo di mondo che nella sequenza finale dell’assalto alla Casa Bianca le differenze tra la macchina fotografica della ragazzina e i fucili dei militari si assottiglieranno sempre di più. Gli scatti insensibili, imperterriti, glaciali di Jessie si sovrappongono perfettamente agli scatti delle dita sul grilletto dei rivoluzionari.
Paradossalmente, sarà proprio Lee Smith l’unica a rinsavire da quello status adiaforo, a causa di una perdita molto vicina a lei, vivendo la sequenza finale nello stesso modo in cui la viviamo noi che guardiamo il film in sala, piena di terrore e di una insana voglia di scappare da tutta quella brutalità.
Civil War è un film che non tutti vorrebbero vedere, e per questo è un film che tutti dovrebbero vedere. Chiunque riesce ad immedesimarsi in almeno uno dei suoi personaggi, a seconda del proprio carattere e del proprio stile di vita, che sia uno dei militari o un giornalista.
E se proprio non riuscite a ritrovarvi in nessuna delle parti in causa, nè in chi lotta per un fine egoistico, nè in chi si lascia travolgere dalla crudeltà umana e se ne conforma, nè in chi crolla di fronte a tale crudeltà, nè in chi prova con la sua ingenuità a cambiare il mondo e si ritrova in un mare di sangue e di morte, come Jessie in uno degli scatti più iconici del film, non preoccupatevi. Garland ha riservato una parte del film anche per voi.
Quando i nostri giornalisti si ritrovano in una piccola comunità in cui il tempo non sembra essere passato. Una zona esclusa dal conflitto dove la gente “cerca di non pensarci” vivendo la propria vita come se là fuori non ci fosse un’umanità che si sta distruggendo. Le persone fanno shopping, stanno serenamente nelle proprie case, compiaciuti delle loro vite tranquille e fuori da ogni contesto scomodo.
Garland ha voluto mostrare la società occidentale, quella delle casalinghe di Voghera, di un presidente degli Stati Uniti che annuncia di aver lavorato per una possibile tregua in medio-oriente mentre mangia un buon gelato, di un popolino che vive attorno ad una guerra mondiale a pezzi e il cui pensiero più opprimente sono le sparate del Generale Vannacci.
Civil War è un film distopico, ma parla di noi in un modo in cui nessuno vorrebbe se ne parlasse.
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