
La realtà hollywoodiana è ben lontana dai sogni patinati che popolano l’immaginario collettivo. Siamo abituati a pensare alla “fabbrica dei sogni” come un mondo a sé stante, fatto di lusso ed agiatezza: lo sciopero iniziato il primo maggio 2023 dagli sceneggiatori, a cui adesso si aggiungono anche gli attori, ha distrutto l’illusione – e la propaganda – che Hollywood proponeva al mondo intero.
I primi a scendere in campo sono stati gli sceneggiatori: una categoria di lavoratori dello spettacolo che spesso fatica ad ottenere riconoscimenti – e compensi – giusti per il lavoro svolto, pur rappresentando un elemento essenziale per la creazione di un’opera cinematografica o televisiva. Costretti a sottostare a scelte di terzi, e più spesso a capricci da parte dei vertici di produzione, gli sceneggiatori si vedono costretti ad affrontare un serio problema di autorialità, che li porta a mettersi in contrasto con la figura del regista.
In questo contesto, i produttori hanno respinto la richiesta degli sceneggiatori di fornire ad ogni produzione uno staff autoriale composto da 6-12 membri e un minimo garantito di settimane di lavoro per ogni stagione che va dalle 10 alle 52 settimane. A questo scenario si aggiunge il problema legato alla diffusione capillare dell’intelligenza artificiale, il cui utilizzo nel settore cinematografico e della serialità televisiva rappresenta un affronto nei confronti di tutte quelle persone che studiano ed incassano anni di porte sbattute in faccia per ottenere il lavoro dei loro sogni. Anche perché, è risaputo, l’IA non produce mai nulla ex novo, ma si appropria di materiali già esistenti: un’estremizzazione del cliché di cui parlava Umberto Eco.
Dalla mezzanotte del 14 luglio 2023, anche gli attori si sono uniti al coro di richieste che l’Alliance of Motion Picture and Television Producers ignora da mesi. È la prima volta dal 1960, dall’epoca degli scioperi congiunti per l’aumento dei salari e per la richiesta di partecipazione ai diritti cinematografici dei film, che sceneggiatori e attori si trovano fianco a fianco in una lotta che, come la storia mostra, non ha mai fine.
Ancora oggi infatti il tema più dibattuto è quello degli stipendi, i quali, salvo per attrici ed attori milionari, rendono impossibile un tenore di vita dignitoso, visti soprattutto i costi degli Stati Uniti. Ma il raggiungimento di un accordo sembra essere ben lontano: basti pensare al CEO del gruppo Disney, Bob Iger, che considera non realistiche le richieste dei manifestanti. Peccato che il suo stipendio giornaliero superi di gran lunga quello annuo di uno sceneggiatore o di un piccolo attore.
Ad annunciare lo sciopero è stata Fran Drescher, attuale presidente del SAG-AFTRA, e le conseguenze sono state ravvisabili sin da subito: set bloccati, produzioni rimandate, grandi attori che abbandonano le premiere per manifestare il proprio supporto agli scioperanti (come nel caso del cast di Oppenheimer).
Certo è che una serie tv rimandata di un anno, od un film portato avanti con più fatica, non sono niente se messi a confronto con i motivi per cui sceneggiatori ed attori sono in sciopero da due mesi. Basterebbe pensare alla proposta delle case di produzione di scansionare il viso di attrici ed attori per utilizzare la loro immagine per l’eternità, pagandoli per una sola giornata di lavoro, per capire da che parte stare. Sempre se qualcuno abbia davvero avuto il coraggio di porsi tale dubbio.
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