
«Peschiamo più pesce di quanto il mare sia in grado di darci». È il messaggio lanciato alla Terza Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano in corso a Nizza, dove la FAO ha presentato dati allarmanti sullo stato delle risorse ittiche mondiali. Oltre un terzo degli stock di pesce nel mondo è sovrasfruttato, segno che l’attività umana sta spingendo gli oceani verso un punto di non ritorno. E se il mare non riesce a rigenerare ciò che gli togliamo, il rischio è la scomparsa di intere specie e gravi danni agli ecosistemi.
La situazione appare particolarmente critica nel Mediterraneo e nel Mar Nero, dove il 65% delle attività di pesca non avviene in maniera sostenibile. Troppi prelievi, troppo rapidi, e troppo spesso senza regole efficaci a protezione delle specie marine. Tuttavia, una nota di speranza arriva dal calo del numero di imbarcazioni, diminuito quasi di un terzo negli ultimi dieci anni, segno che forse qualcosa sta cambiando. Nonostante il quadro complessivo preoccupante, ci sono casi in cui la gestione sostenibile funziona. È il caso del tonno, che secondo la FAO sta tornando a ripopolare le acque grazie a regole precise e a sistemi di monitoraggio efficaci. Oggi l’87% degli stock di tonno è pescato in modo sostenibile e il 99% del mercato globale proviene da queste risorse. Un risultato che dimostra come sia possibile invertire la rotta, purché si lavori per ridurre la pressione sugli oceani.
Se la pesca continua a superare i limiti naturali di rigenerazione, le conseguenze non saranno solo ambientali, ma anche sociali ed economiche. È necessario che la politica, le istituzioni e anche i consumatori facciano la loro parte per garantire pratiche sostenibili. Perché la verità, come ricorda la FAO, è semplice quanto ineludibile: peschiamo più pesce di quanto il mare sia in grado di darci, ma possiamo ancora scegliere di fermarci, prima che sia troppo tardi.
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