
Fra qualche mese, negli affollati corridoi della Federico II, gli studenti e le studentesse saranno chiamati a misurarsi con il diritto al voto. Si rinnoveranno le rappresentanze negli organi e, per farlo, scorreranno parole d’ordine e programmi politici; mentre Napoli, come città, con la sua stanchezza mista a rabbia, ancora una volta farà da cornice a una generazione in cerca di spazio e di voce. Si parlerà di esigenze mai soddisfatte: borse di studio insufficienti, alloggi che non esistono e biblioteche fatiscenti. Si prometterà di fare battaglia su un’università che troppo spesso respinge chi lavora o chi non ha una famiglia ricca alle spalle. Maria Teresa Trinchese e Paolo Barbera hanno scelto di essere parte attiva del gioco democratico. Lei in LINK Napoli, lui in Udu Napoli. Abbiamo chiesto loro l’idea di università che vogliono realizzare.
Ci siamo chiesti se abbia senso lottare quando le porte restano chiuse e quando anche i colleghi, quelli che si vorrebbe difendere, si voltano dall’altra parte, troppo presi a sopravvivere in un ateneo che non li vede. A risponderci di getto è Maria Teresa, mentre tiene tra le mani una piccola agenda per gli impegni. «Per questo, quando mi chiedete che idea di università abbiamo, io vi rispondo con mille spunti, perché la questione è materiale, ma anche simbolica. Un luogo per tutti è accessibile fisicamente quando è lontano anche da gerarchie e rapporti di potere. L’università che vogliamo è intersezionale e per questo transfemminista. Ora non è così, attualmente l’università è una sentinella del potere costituito». Una sentinella che si rafforza attraverso progetti di riforma senza considerare i soggetti che abitano l’università come il ddl Bernini e il ddl sicurezza. Paolo ci dice che «il ddl sicurezza presenta dei passaggi inquietanti, a partire dal controllo dei servizi segreti all’interno dell’università, mettendo a rischio l’indipendenza della ricerca» e su questo tema Trinchese aggiunge: «Basta con saperi al servizio delle aziende e del profitto, spesso poi al servizio di chi produce armi. Non ci stancheremo mai di dire che la ricerca deve essere autonoma e non capitalizzata. La vera domanda è a chi serve questa università? Non abbiamo aule, i servizi non ci sono e non mancano episodi di molestie. Quest’anno abbiamo avuto dei problemi con un cinema adibito ad aula non sicura. Questo non è normale».
«Lo scopo – prosegue Barbera – è creare un’università che non sia performativa, un ambiente universitario che tenga conto delle differenze e anche delle divergenze tra studenti e studentesse, soprattutto rispettandone l’individualità e tutelandone il benessere psicologico. Questo, nel caso di studentesse e studenti lavoratrici è un tema cardine anche per come è strutturata legalmente l’università, che si porta avanti un modello di laurearsi in breve. Spesso leggiamo articoli di giornale del “ragazzo prodigio” che si laurea in due anni e mezzo a 17 anni: buon per loro, ma noi pensiamo che l’università non debba essere questo».
Una delle sensazioni principali e condivise che ha caratterizzato il confronto tra Paolo e Maria Teresa è riconoscibile in un misto tra il senso di lotta e quello di profonda preoccupazione, soprattutto per i provvedimenti legislativi dei quali si sta discutendo in questi mesi al Senato. «Come il Ddl Bernini va a precarizzare ancora di più i ruoli della ricerca – prosegue Paolo Barbera – così il Ddl sicurezza criminalizza determinate categorie di persone. Almeno, nel momento in cui la Federico II prende una posizione netta, con il Rettore e la Governance, rispetto a questi decreti, si porta avanti comunque un certo tipo di pressione politica, fondamentale in un momento in cui il governo sembra scegliersi i propri interlocutori. La posizione del nostro ateneo, di forte critica verso questi provvedimenti, potrebbe quindi ispirare altre università d’Italia».
«Viviamo una pericolosa svalutazione della conoscenza – apostrofa Maria Teresa Trinchese, e continua – si vuole assassinare la possibilità di riscatto sociale. Bisogna lavorare in modo sinergico sui due fronti in modo compatto. Non è solo una questione di soldi, ricordiamolo. Insistiamo anche sulla questione dell’articolo 31 del ddl sicurezza, che impone all’università di collaborare con i servizi segreti. Dov’è l’autonomia del sapere e di chi lo crea? È tutto a rischio».
Le parole chiave, per Barbera e Trinchese, a rappresentanza delle organizzazioni studentesche a nome delle quali hanno parlato, sono rispettivamente: partecipazione e consapevolezza. «La partecipazione sarà fondamentale, considerando anche i quesiti referendari che ci saranno in primavera e anche per l’attacco al voto per i fuorisede che c’è stato da parte del governo. Anche per questo la partecipazione alle elezioni universitarie in questo caso, ma in generale alle elezioni, diventa fondamentale», spiega Paolo Barbera. «Non c’è consapevolezza», procede Trinchese. «I problemi che ogni studente vive difficilmente vengono collettivizzati ed è qui che nasce il senso di colpa che si trasforma in solitudine. I rapporti di potere sono mascherati sapientemente e spesso abbelliti. Mi rendo conto che non è una situazione positiva ed è per questo che ci candidiamo nuovamente: un’altra università è possibile solo se il personale è politico».
di Tonia Scarano e Manuel Vita Verde
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