
Antonio Pascale, nato a Napoli ma cresciuto a Caserta, è uno degli scrittori rivelazione degli ultimi anni. Il suo ultimo libro, La foglia di fico, è stato finalista al Premio Campiello nel 2022, con un insieme di realismo autobiografico e invenzione romanzata, unita alla grande passione per la botanica. Da sempre attento alla situazione della città di Caserta, tanto da dedicarle il suo primo libro, La Città Distratta, Pascale riflette sul ruolo di questa città e dei suoi abitanti nel panorama nazionale, consegnandoci inoltre uno sguardo assolutamente privilegiato sul laboratorio che porta alla nascita delle sue pagine.
«Provo a descrivere l’officina della Foglia di Fico. Appena entrate potete notare qua e là diversi strumenti di lavoro: chiavi inglesi, cacciaviti, martelli, presse, torni eccetera. Insomma, i soliti. Sono strumenti universali ma sono anche i miei strumenti, che simbolicamente rappresentano gli stati d’animo con i quali guardo o sono guardato dal mondo e l’eredità che ho ricevuto vivendo, anche a Caserta, quel tipo di cultura, le scoperte, le iniziazioni, le delusioni, le gioie. Trovo – anzi, sento – che ci sia una perfetta congruenza tra me e quegli strumenti. Lo scrittore ritratto nel libro, il modo in cui sente, vive e immagina, sono io, senza dubbio: nella parola composta auto-fiction io sono l’auto. Tuttavia, con questi strumenti volubili e soggetti a umori (essendo essi stessi degli umori o, se sono fortunato, dei sentimenti) ho inventato dei personaggi, ho fatto fiction».
«Forse il titolo del libro trae in inganno, è il narratore ad essere distratto: ha vissuto e non ha visto, oppure ha visto senza capire. Ha visto e provocato una trasformazione antropologica ma non ha indagato, impegnato com’era a vivere, si è distratto. A un certo punto, quest’uomo va via, a Roma, poi torna, guarda Caserta dall’alto del belvedere e si accorge che è diversa da come la ricordava. Decide di raccontare la città, di farla parlare, di ascoltare la voce che lui distratto non aveva mai provato a sentire. Quindi nel libro parlano le ragazze, i camorristi, i pendolari, gli impiegati e transfughi verso il mare. Poi il libro esce, con L’Ancora del Mediterraneo, una casa editrice appena nata. È stato tradotto in Francia, Spagna, Portogallo, perché alcune dinamiche provinciali sono utili per spiegare le dinamiche del cosiddetto centro, e poi perché l’Italia è una provincia».
«Fare esperienza del mondo è una delle ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta; quindi, capisco chi se ne va ma capisco bene anche chi torna. Poi voglio dire, sono poche le città ad essere dei veri motori attrattivi, in questo momento Milano, Napoli per alcune cose, Roma ha qualcosa della palude, ti trascina giù».
«Per fare le attività culturali, ci vogliono i soldi, investimento, privati che credono nella cultura, una certa lungimiranza, interessi e curiosità, ci vuole anche una borghesia votata all’innovazione o a spendere. Diciamo che a Caserta si spende per altro, non per la cultura. Anche perché ci sono realtà parecchio innovative, culturali ovvio, pensa al CIRA, il centro Aerospaziale, che però non raccontiamo, perché non ci interessano quelle diverse competenze».
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