
Come coniugare l’immenso mondo delle charity americane con la struttura delle fondazioni no-profit italiane? Una sfida, più che una domanda, alla quale ha riposto la Fondazione SHRO Italia. L’istituto di ricerca con sede a Philadelphia, la Sbarro Health Research Organization, ha deciso di esportare il suo modello vincente anche nel Bel Paese, con la creazione di un ente del terzo settore capace di accogliere le sfide della medicina del futuro. SHRO Italia si pone come un imbuto di economia e aggregazione al fine di finanziare progetti di ricerca scientifici all’interno dei suoi laboratori a Candiolo, nei pressi di Torino. Le strumentazioni della SHRO Italia sono d’avanguardia così come lo sono i progetti finanziati. Su tutti spicca SportGenomics, la ricerca genetica che si propone di comprendere in anticipo l’eventuale predisposizione di un paziente allo sviluppo di una determinata patologia. Insomma: una novità che speriamo di veder presto macinare risultati ancora più rilevanti. Nel frattempo, abbiamo incontrato il Direttore Generale di SHRO Italia, il dott. Antonio Graziano, per capire ancora meglio gli obiettivi della Fondazione.
«SHRO Italia si concentra su un filone nuovo che è la “medicina di precisione”. Rispetto agli anni passati, le indagini di tipo molecolare ci permettono sempre più un’individualizzazione sia nella fase di diagnosi che nella terapia. Ciò significa avvicinarsi al concetto di una medicina sempre più personalizzata. A questo si lega anche la medicina rigenerativa perché quanto più conosciamo il nostro paziente più possiamo adoperare strategie terapeutiche e non solo. Grazie all’innovazione nel campo medico possiamo ricondurre l’organismo del paziente indietro rispetto al processo di invecchiamento, quindi condurlo allo stato precedente al trauma, patologia o infezione sviluppata».
«Il problema della genomica consiste nella mole abnorme di dati. Pensiamo che il nostro DNA è raggruppato in circa 70mila geni e questo significa altrettanti file che vanno letti e studiati. Le microdifferenze tra un file e l’altro tratteggiano le differenze che insistono tra noi umani, non solo in termini morfologici ma anche in relazione alla nostra capacità di risposta a delle patologie. Quest’enorme mole di dati era di difficile gestione, con il rischio di accentuare la saturazione del sistema di assistenza medica vista la difficoltà nel controllare ed ordinare tanti dati a disposizione. Su questa traccia, l’evoluzione dei sistemi di elaborazione e calcolo, tra cui l’AI, offre per la prima volta la possibilità di rendere fruibili e interpretabili tali dati in pochi secondi. I dati così potranno avere sia un valore diagnostico per una patologia X, ma anche predittivo rispetto all’insorgenza di future malattie. Arriveremo ad avere milioni di dati per singolo paziente, il che creerà problemi di gestione non indifferenti se non saremo abili nell’utilizzo dell’AI».
«Sì, abbiamo dato avvio al progetto SportGenomics. In pratica da un campione salivare andiamo ad isolare il patrimonio genico del paziente e lo analizziamo guardando quei geni che potrebbero portare ad una predisposizione allo sviluppo di alcuni infortuni di tipo muscolo-scheletrico, potenzialmente rischiosi per la tenuta fisica del paziente. Pensiamo che potrebbe trattarsi di giovani in età adolescenziale o bambini. Grazie a queste analisi possiamo vedere in anticipo la possibilità di sviluppare anche patologie cardiovascolari: è davvero un’innovazione strategica».
«La SHRO Italia si pone nel solco delle Fondazioni americane, di cui rappresenta una costola. Siamo un corpo intermedio tra due mondi che classicamente hanno poche relazioni: il mondo accademico della ricerca e quello aziendale, formato non solo da companies ma da associazioni di pazienti ed altre organizzazioni del terzo settore. In genere questi mondi si parlano poco, motivo per cui oggi si è alla ricerca di una medicina che sia transazionale, che parta dalla ricerca scientifica di base per arrivare ad una più clinica o industriale. In questo senso noi siamo un contenitore umano di scienziati e professionisti che avvicinano il mondo accademico della ricerca alle reali esigenze della società civile. Siamo un ente del terzo settore e abbiamo una qualifica no-profit, con bilanci trasparenti e visibili a tutti dato che sono finalizzati alla ricerca e non al profitto».
«Su questo punto la mia storia è indicativa per capire la straordinarietà della realtà di SHRO. Anni fa ero uno di quei ragazzi che raggiungeva i laboratori di Philadelphia per cercare di portare avanti le proprie idee, sempre con il grande sostegno del professor Antonio Giordano. Ora sono il Direttore generale di SHRO Italia e ho finalmente realizzato un mio sogno. Detto ciò, dobbiamo riconoscere ed evidenziare il problema italiano. Il mondo delle companies biotech o tech è molto indietro, così i giovani ricercatori italiani hanno come prospettiva unicamente l’ambito accademico».
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