
Ancora una volta, la Francia è scossa da un’ondata di terrorismo jihadista, dopo l’uccisione di un insegnante a Arras, due settimane fa. E ancora una volta, la Francia deve fare i conti con un problema di radicalizzazione al suo interno.
L’ultimo mese è stato segnato da un’escalation delle tensioni a livello globale, risultato della guerra tra Hamas e Israele, scoppiata lo scorso 7 ottobre. La Francia è uno dei membri UE che maggiormente teme di essere un target per gli attacchi terroristici, spesso provenienti dall’interno del Paese. La ragione è la mancanza di una vera e propria integrazione all’interno di una società multietnica come quella francese.
A partire dal 2015, l’anno dell’attacco alla sede di Charlie Hebdo, diversi esperti avevano individuato le prigioni come luoghi di radicalizzazione. Secondo Hugo Micheron (2020), il carcere è la base da cui si riorganizzerebbe la jihad in Francia. Recenti studi avevano sottolineato che dei 24 attentatori francesi, 13 avevano precedenti penali (Barros e Crettiez, 2019). Anche i detenuti comuni sono “suscettibili di radicalizzazione”. Già nel 2019 era stato presentato un rapporto all’Assemblea Nazionale francese che sottolineava la necessità di fare prevenzione. Un dato importante riguarda inoltre la recidiva, mostra come il 61% dei detenuti faccia ritorno in prigione entro 5 anni dalla scarcerazione.
Tuttavia, altri ricercatori -come il sociologo Farhad Khosrokhavar- hanno sottolineato che la detenzione si aggiunge alle condizioni di marginalizzazione ed esclusione delle minoranze etnico-razziali. Il carcere quindi non è il fattore determinante, ma è diventato “il target privilegiato nella lotta contro il terrorismo in Francia“.
Il rapporto difficile tra cittadini musulmani e lo Stato francese risale al trattamento delle ex colonie, in particolare quelle del Nord Africa, che solo nel Secondo Dopoguerra ottennero l’indipendenza. Tuttavia, la decisione francese di affiancare gli Stati Uniti nelle guerre in Siria e Libia ha accresciuto le tensioni interne. La popolazione musulmana- intorno ai 5,7 milioni di abitanti- è una delle più vaste in Europa occidentale.
Secondo Gabriele Proglio, quello di Macron è un “tentativo di aggiornare il modello assimilazionista francese”, dove l’accesso alla cittadinanza viene garantita a fronte della privatizzazione del credo religioso. Questo è il principio di laicità, di cui la società francese è imbevuta e che spesso discrimina i cittadini francesi musulmani.
Secondo le statistiche del Collettivo contro l’Islamofobia, gli attacchi islamofobici in Francia sono aumentati dal 2015. Basti pensare che in nome della “lotta al separatismo islamista”, il Ministro francese Darmanin aveva difeso la chiusura di 23 luoghi di culto tra il 2020 e il 2022. Altre leggi, come il divieto di indossare il burkini in spiaggia o il velo presso le scuole, impattano direttamente sulle donne musulmane, che già subiscono l’81% dei crimini d’odio legati all’Islamofobia.
Anche sul posto di lavoro, i cittadini francesi musulmani sono costretti ad affrontare barriere per il loro avanzamento sociale, potendo contare su un numero di opportunità lavorative limitato. Secondo la relazione dell’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia (EUMC) sulla situazione dei musulmani negli Stati membri dell’UE, ciò comporta, soprattutto in persone di giovane età, sentimenti di esclusione sociale e scoraggiamento.
Anche alcuni media francesi contribuiscono alla rappresentazione negativa dei musulmani, “legittimando stereotipi negativi riguardo l’Islam” (Valfort, 2015). Il rapporto promosso dalla Commissione nazionale consultiva sui diritti dell’uomo ha sottolineato che gli attacchi terroristici di per sé non hanno un impatto sulle dinamiche di tolleranza. Tuttavia, un tipo di copertura mediatica che pone l’accento sull’appartenenza religiosa delle proteste, può incidere sulla tolleranza religiosa nel Paese.
Ricordando infatti il tweet di Macron che affermava “la laicità non ha mai ucciso nessuno”, ancora Proglio, sottolinea che i suoi termini sono “problematici”. Il Premier francese parla di “separatismo” come una scelta della popolazione musulmana. Inoltre, afferma “la volontà dello Stato di mettere in campo dei processi culturali e di restringimento delle libertà per ridisegnare l’Islam, per renderlo più confacente al modello pensato dalla Republique.”
Gli stereotipi sono molti, in primis fare confusione tra “arabo” e “musulmano”, poi considerare i musulmani direttamente legati al terrorismo, contrari alla democrazia e ai diritti in Europa. Ancora, gli stereotipi colpiscono in modo particolarmente severo le donne musulmane, giudicate prive di un proprio pensiero. L’EUMC osserva che la sfida dell’integrazione dipende in particolar modo dal superamento di tali pregiudizi; il futuro del patto sociale in Francia dipenderà anche da questo.
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