
In Francia, la lotta contro il fast fashion sta per entrare in una fase cruciale. Dopo oltre un anno di attesa, la proposta di legge diretta a mettere un freno ai marchi che promuovono questo fashion trend potrebbe essere finalmente discussa al Senato.
Una legge che entra a gamba tesa nel tentativo di porre finalmente fine ad un fenomeno che non fa che impattare negativamente vari aspetti del settore, da quello delle risorse umane a quello ambientale, schiacciati dalla corsa alla produzione veloce e consumistica.
Ma vediamo più da vicino le novità di questa proposta dal sapore così “rivoluzionario”.
Perchè si dà tutta questa rilevanza all’intervento del legislatore francese?
Con il termine “fast fashion” ci si riferisce a quella tendenza nel settore della moda che “produce abiti a basso costo e di scarsa qualità, lanciando continuamente nuove collezioni in tempi rapidissimi”.
Ma dietro questa promessa di moda accessibile si nascondono questioni ben più complesse. Le aziende che sfruttano queste pratiche con il solo obiettivo di massimizzare i profitti, spesso non si preoccupano di come i loro guadagni vengano realizzati.
Il fast fashion, infatti, non è solo sinonimo di prezzi bassi, ma anche di condizioni di lavoro precarie e sfruttamento. Per mantenere bassi i costi di produzione, queste aziende sacrificano spesso la sicurezza e il benessere dei lavoratori. Lavoratori che si ritrovano ad operare in condizioni inadeguate, molto spesso in paesi con scarse leggi a tutela dei diritti umani.
Ed ancora, il problema dell’impatto sull’ambiente che l’industria della moda 4.0 crea.
I dati dell’industria della moda sono inquietanti. Come si rileva dallo studio riportato da Friendly shop, “la produzione di tessuti a basso costo non considera il danno che provocano le sostanze chimiche utilizzate, i pesticidi pericolosi e i processi di colorazione tossici. Oltre da inquinare le acque con prodotti chimici e coloranti, questa industria è responsabile del 20% del consumo globale di acqua e del 10% delle emissioni di CO2. Le popolazioni che vivono vicino alle fabbriche di fast fashion sono le prime a subire le conseguenze, con rischi gravissimi per la loro salute a causa dell’acqua contaminata che utilizzano per l’agricoltura e per il consumo quotidiano”.
Dal prossimo 19 maggio 2025, tra le porte del Senato francese si discuterà di una legge che potrebbe finalmente dire basta al fast fashion.
Oltre a prevedere una definizione formale di “fast fashion”, la normativa stabilisce delle soglie specifiche per il numero di nuovi capi immessi sul mercato in un determinato periodo. Limiti diretti a “colpire” in maniera non troppo velata, i grandi giganti cinesi come Shein e Temu, da sempre nell’occhio del mirino in tema di moda poco sostenibile.All’articolo 2 infatti, si introduce un malus finanziario per i produttori della filiera tessile sui loro capi più inquinanti, basato su stringenti criteri di sostenibilità. Ed a specchio, per incentivare le industrie, ci saranno bonus per quelle più virtuose.
Inizialmente, la normativa prevedeva restrizioni rigorose sulla pubblicità degli abiti delle aziende di fast fashion. Per evitare però di gravare eccessivamente sul principio della libertà d’impresa, i commissari per lo sviluppo sostenibile hanno deciso di attenuarle. Nella versione aggiornata del disegno di legge, solo agli influencer sarà vietato promuovere questi capi.
In compenso, i marchi saranno obbligati a inserire nelle loro campagne pubblicitarie informazioni relative all’impatto ambientale dei loro prodotti. Così come da anni avviene nel settore alimentare con gli avvisi sulla salute, come quelli che consigliano di limitare il consumo di grassi, zuccheri o sale, «Non abbiamo vietato alle persone di andare a mangiare nei fast food, e allo stesso modo non vietiamo alle persone di acquistare fast fashion, ma vogliamo che lo facciano con consapevolezza», ha affermato la senatrice Sylvie Valente-Le Hir.
Infine, sul fronte delle esenzioni, la stessa senatrice ha proposto di escludere dai vincoli le aziende francesi ed europee, in particolare brand come Zara e H&M. Nonostante non siano esenti dal fenomeno, sembra prevalere il loro significativo contributo economico alla vita dei centri urbani…
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