
La trap è il genere musicale più demonizzato nella storia. Neanche con il punk si ebbe un simile accanimento. I media e la politica hanno trovato il capro espiatorio perfetto per giustificare il perché di tanta violenza tra i giovani. Intanto l’industria discografica si sfrega le mani intuendo di aver trovato un appiglio vitale per continuare ad esistere.
E se la trap esprimesse la realtà che intossica questa generazione? Da dove viene la trap? Dal sud degli Stati Uniti, dai ghetti della Georgia degli anni Novanta all’epoca conosciuti per via dello spaccio e del consumo di crack e cocaina, epicentri di violenza, criminalità ed estrema povertà. Sobborghi messi per un primo momento in ombra dall’hip hop del West e della East Coast. Il dato è che oggi la trap ha completamente superato il rap old school e niente ha più da spartire con esso. Sorvolando i miei gusti personali – lontani sia musicalmente che culturalmente dalla trap – l’inequivocabile dato di fatto è che questa tendenza risulta quella più seguita dalla generazione Z. La rivista “Rolling Stone” ha stilato la classifica degli album più venduti nel 2024 in Italia: 9 album su 10 sono firmati da trapper e sulle piattaforme in streaming la trap domina gli ascolti. Invece di arroccarci in una safe zone conservatrice tutta all’italiana, è arrivato il momento per aprire i nostri orizzonti.
In Italia la trap rappresenta una bomba sociale esplosa definitivamente, la cui provenienza deriva dai primi rapper del Duemila. Per farvi un esempio: Fabri Fibra con l’album “Mr. Simpatia” anticipava in rima la violenza, il disagio e la rabbia di chi veniva emarginato. Erano già presenti un linguaggio estremo, droga, armi, ragazze etichettate come oggetti sessuali, soldi e fama descritti come obiettivi da raggiungere con cinismo. Tutti sentimenti che hanno iniziato a maturare nella nuova generazione. Oggi Simba La Rue e Baby Gang hanno messo in atto concretamente quelle rime, accompagnati da vibes completamente diverse da quel modo di fare rap e da una letteratura più povera che ha origine dall’impoverimento lessicale giovanile. Sono loro stessi i protagonisti nella vita reale delle cronache giudiziarie. Sono i nuovi italiani di terza generazione che portano avanti tematiche con una sincerità disarmante e senza alcun tipo di filtro. Si aggiunge la stessa storia personale di questi ragazzi: infanzie segnate da difficoltà economiche e sociali, condizioni familiari complesse che con il passare del tempo si tramutano in storie di violenza e in guai giudiziari.
La trap è entrata nel panorama musicale come una testata nucleare, subito messa alla gogna dalla critica. I boomer la odiano proprio come i boomer delle generazioni scorse odiavano il punk dei Sex Pistols. La verità è che i media e l’opinione pubblica hanno sempre battezzato negativamente qualsiasi novità in campo musicale. I trapper di oggi sono essenzialmente il prodotto di questi anni: l’apoteosi dei disvalori della società contemporanea come l’individualismo, l’ostentazione, la violenza, l’abbandono e il malessere. Si esprime un disagio – o meglio, il disagio – che la società attuale sta attraversando. Ed è proprio per questo che la trap rispecchia in toto il nostro presente. È una conseguenza, la traduzione in musica di questa realtà.
In generale, gli artisti usano un proprio linguaggio, raccontano di quello che vedono intorno, quello a cui si sentono sensibilmente attratti. È un racconto basato sulla realtà. Quella realtà che oggi è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, questa realtà non è stata creata dall’artista. Senza generalizzare, ma il problema sta nella mancanza di discernimento. Sempre più giovani tendono a ricreare le azioni descritte nei testi che ascoltano, imitando proprio quei modelli proposti. Basta scrollare un po’ sui social. Il risultato? Anziché accogliere questo racconto di disagio e di rabbia come un monito per migliorare la propria esistenza, si celebrano questi sentimenti come valori assoluti.
Le canzoni sono figlie del loro tempo e della cultura di cui è intrisa la persona che le scrive, così come chi l’ascolta. Questo vuol dire che prima della trap era tutto rose e fiori? No. Temi misogini e violenti erano ben rappresentati perfino dalle canzoni pop passate da Sanremo. Ma ci sono degli elementi da poter salvare in questa trap? Sì. In questa musica c’è qualcosa da valorizzare, c’è qualcosa che ci offre occasione per riflettere. Ci sono brani che parlano di riscatto e di libertà. Penso all’album “Il coraggio dei bambini” di Geolier. Temi che interrogano con forza i ragazzi e che sarebbe il caso di riprendere e approfondire. C’è un nuovo modo di suonare attraverso i virtual instruments, ci sono suoni afro oppure influenzati dal Medio Oriente. Esiste un vocabolario, uno slang in continua evoluzione. A Castel Volturno troviamo il collettivo 2NG: si tratta di ragazzi autentici, real, che condividono storie personali dove è mancata la figura genitoriale paterna. Fanno musica perché significa scappare dalla realtà che offre Castel Volturno. Fanno musica per salvarsi da queste zone, per riscatto, per dire “possiamo farcela anche da qui”. Perché qui è facile scegliere una strada più breve e meno tortuosa, quella della criminalità o semplicemente quella di perdersi nell’invisibilità che si respira in questi non luoghi: «La trap per la nostra generazione rappresenta una valvola di sfogo. Crescere in determinate periferie ti porta nella vita a vedere le cose con un punto di vista diverso. Crediamo che per comprendere un nuovo genere musicale bisogna avere apertura mentale. Purtroppo, le generazioni passate tendono più a soffermarsi sul come la nostra generazione comunichi determinate esperienze di vita, non riuscendo così a cogliere il messaggio che la nostra generazione sta provando a dare».
Se vuoi capire una generazione, ascolta la musica che produce. Quello che la trap ci insegna, più di ogni altra cosa, è quanto sia profondo il divario tra la realtà che ci circonda e quella che spesso ci raccontiamo. Non possiamo continuare a ignorare che il linguaggio della trap nasce da un’esigenza di visibilità, da una ribellione che non trova spazio in altri contesti. Siamo di fronte a un fenomeno che, a volte con violenza, altre con redenzione, dipinge l’amarezza di chi non ha voce. Eppure, invece che rifiutare ciecamente questa lettura della società, dovremmo forse imparare a dialogare con essa, senza la pretesa di appiattirla in categorie facili e moralistiche. La trap non è solo un riflesso della società, è una risposta. Quando la musica diventa la voce dei non ascoltati, forse è il momento di ascoltarla davvero, senza paura di ciò che potrebbe rivelarci.
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