
La Generazione Z, composta dai nati tra il 1997 e il 2012, è spesso definita la “generazione più connessa” della storia. Ma come ha osservato l’esperta di psicologia Sherry Turkle, “In un mondo sempre più digitale, la connessione non è sinonimo di relazione”. Sempre più studi, infatti, confermano che la generazione z è la più sola di sempre, nonostante sia circondata da strumenti tecnologici che dovrebbero facilitarne le relazioni.
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Secondo un’indagine globale del McKinsey Health Institute (2022), la Gen Z è la generazione che più di tutte sperimenta l’impatto negativo dei social media. Benché oltre il 50% degli intervistati riconosca anche effetti positivi – come la possibilità di esprimersi ed essere creativi – , il 48% dei membri della Gen Z ha dichiarato che i social media li fanno sentire ansiosi o depressi (Businesswire, 2019).
Il problema risiede nello sviluppo di relazioni parasociali: relazioni unilaterali con celebrità ed amici con cui non stringiamo rapporti significativi. Questo fenomeno, insieme alla scomparsa di momenti di socialità spontanea nei luoghi pubblici, sempre a causa degli apparecchi digitali, ha portato ad un senso diffuso di disconnessione.
Un’ altra condizione aggravante del problema relazionale della nostra generazione è il crescente perfezionismo, alimentato appunto dai social media. Secondo Hewitt e Flett, importanti teorici del perfezionismo, la forma di perfezionismo più comune nella generazione z è il perfezionismo prescritto socialmente: la convinzione che gli altri si aspettino da noi la perfezione.
Molti ragazzi e ragazze vivono nella convinzione che per essere amati ed apprezzati debbano essere impeccabili in tutto — nei voti scolastici, nel corpo, nel loro profilo Instagram. Questo fenomeno è noto anche come “perfectionistic self-presentation”: la tendenza a mostrarsi solo nella propria versione migliore, reprimendo qualsiasi segno di fragilità. Secondo lo psicologo Paul Hewitt, questo tipo di perfezionismo non solo aumenta il rischio di ansia e depressione, ma compromette anche la capacità di costruire relazioni autentiche. I giovani vivendo in questa dinamica temono il giudizio degli altri e di conseguenza si auto-isolano per paura di “non essere abbastanza”, e finiscono per percepire di non contare per nessuno.
La Gen Z sa che il problema è lì ed è reale, eppure fatica a liberarsene. Tutti i giovani di questa generazione si saranno sentiti dire “è colpa di quel maledetto telefono”, causa di tutti i mali secondo i genitori. E negli ultimi mesi, a seguito di una specie di presa di coscienza collettiva, TikTok ha visto esplodere un trend : “It really is that damn phone”( è davvero quel maledetto telefono). Queste parole sono spesso accompagnate da testimonianze ironiche in cui gli utenti riflettono su momenti persi o stati d’animo negativi; e la conclusione è sempre la stessa: era colpa di quel maledetto telefono!

Questo trend è una confessione collettiva, un modo per la Gen Z di ammettere, spesso con sarcasmo, che la propria vita sociale è stata inquinata dallo smartphone e soprattutto dai social.
La crisi pandemica ha ulteriormente aggravato questa situazione. In un’intervista con il New York Times, la psicologa Claire Edwards ha dichiarato: “Durante la pandemia, l’isolamento forzato ha ridotto drasticamente l’opportunità di sviluppare le competenze sociali necessarie per formare relazioni genuine”. Secondo una ricerca dell’Università della California, Berkeley, il 60% dei giovani adulti ha riportato un aumento significativo della solitudine durante la pandemia, Le videolezioni e la digitalizzazione dei contatti, infatti, hanno favorito un’interazione passiva, superficiale sostituendo i legami emotivi.
Nonostante questo quadro preoccupante, la Generazione Z dimostra anche una forte volontà di reagire. Stanno nascendo nuove forme di socialità più sane e radicate nella realtà: gruppi di cammino, community offline e spazi di co-working giovanili.
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