
A giugno, tra Pozzuoli e la conca di Agnano, il manto stradale di via Antiniana, recentemente asfaltato, ha ceduto a causa dell’azione dello zolfo prodotto dalle fumarole presenti nell’area, aggravato dalle alte temperature di quei giorni. Alcuni hanno subito dato la colpa alle trivellazioni geotermiche sperimentali, effettuate anni fa, che comportarono la fuoriuscita di gas e un geyser. Probabilmente non lo sapremo mai. Quello che sappiamo è che, a memoria di uomo, le fumarole ci sono sempre state. Con l’attuale intensificarsi del bradisismo, poi, l’Osservatorio Vesuviano ha rilevato alte concentrazioni di anidride carbonica nei seminterrati e ai piani bassi di scuole, negozi e depositi, dove è stato richiesto il posizionamento di appositi rilevatori, per scongiurare danni alla salute. L’aumento delle concentrazioni di questo gas è legato all’aumento del flusso di fluidi rilasciati dal magma in profondità nei Campi Flegrei.
Nel parco delle Terme di Agnano vi è la Grotta del Cane, un luogo di interesse storico e geologico, realizzata dall’uomo tra il quarto ed il terzo secolo a.C. Si tratta di una cavità situata appunto nella conca di Agnano, che tecnicamente è un cratere quiescente nei Campi Flegrei dalla circonferenza di circa 6,5 chilometri, area nella quale si osservano diversi fenomeni naturali legati al vulcanesimo. La cavità è famosa per il fenomeno della mofeta, cioè un’emissione di anidride carbonica dal sottosuolo.
La grotta è raggiungibile attraverso un cunicolo di una decina di metri che conduce ad una camera ipogea ampia circa trenta metri quadrati sul cui soffitto si ipotizza la presenza nel passato di un lucernario naturale. Lungo le pareti della cavità si nota un gradino calpestabile che, unita alla temperatura interna che si aggira attorno ai 60 °C, fa supporre che il luogo fosse utilizzato nell’antichità come bagno termale. Questa ipotesi ha come premessa che le fumarole non si fossero ancora liberate o fossero in qualche modo circoscritte.
Questo è l’esempio più famoso di emissione naturale di vapori di anidride carbonica che si forma sottoterra come reazione alla confluenza di rocce allo stato liquido, diffusione che comunemente avviene durante le eruzioni vulcaniche. Il nome della grotta deriva proprio da una caratteristica dell’anidride carbonica che, essendo più pesante dell’aria, ristagna e le sue emissioni non superano il metro di altezza. Quindi se un animale di piccola taglia, come un cane, viene introdotto nella cavità, a differenza di un uomo, avvertirebbe gli effetti nocivi della respirazione della sostanza chimica e rischierebbe il soffocamento se restasse al di sotto di una fascia di sicurezza. Proprio per dimostrare la presenza della mofeta, nel passato, si usava introdurre un cane che, rapidamente, sveniva e, quindi, era poi portato fuori ed immerso nell’adiacente lago, presente nella conca fino al 1870, per farlo rinvenire.
La Grotta del Cane è nota fin dall’antichità, quando Plinio il Vecchio la definì la grotta ‘Mortiferum Spiritum exalans’, nella sua “Storia Naturale”. Poi, nel XVIII sec., Simone Stratico, professore di Matematica e Fisica Sperimentale all’Università di Padova, scopre anche che nella grotta la bussola registra un impazzimento dell’ago magnetico, fenomeno che lo studioso attribuisce alla probabile presenza di una miniera di ferro nei dintorni della grotta. Nel XIX sec., il fisico Pasquale Panvini verifica personalmente gli effetti delle esalazioni presenti nella grotta su un animale, abbassandosi con la testa quasi al suolo e respirando per qualche secondo. Inizialmente, egli dice di aver notato dei pruriti, poi dei formicolii e, infine, un senso di spossatezza e di affanno che lo inducono a desistere dall’esperimento.
La Grotta del Cane è anche meta di molti viaggiatori che compivano il gran tour dell’Europa secoli addietro, come Wolfgang Goethe, che la menziona in “Viaggio in Italia”, così come Alexandre Dumas padre, che, nel “Curricolo”, racconta della fuga di uno dei due cani che erano stati approntati per mostrare ai visitatori le conseguenze delle emissioni di anidride carbonica, richiamando i ricordi di quell’esperienza anche nel primo volume del “Trattato di chimica applicata alle arti del signor Dumas”.
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