
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”. Recita così la prima parte dell’articolo 11 della Costituzione italiana, ripreso ed utilizzato da Roberto Benigni in occasione dell’apertura della prima serata del Festival di Sanremo, rivolgendosi alla platea del Teatro Ariston e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presente insieme alla figlia Laura. Un monologo super apprezzato quello dell’attore, comico e regista toscano, con il quale Benigni ha fatto riferimento alla guerra russo-ucraina e alla necessità di esportare democrazia e pace nei posti del mondo che ne sono sprovvisti. Ma come si ripudia la guerra? Inviando armi? Sembrerebbe di sì per le classi dirigenti politiche, perché a quasi un anno di distanza dall’invasione russa in territorio ucraino, la scelta dei governi italiani, prima Draghi e poi Meloni, non cambia: sostenere l’Ucraina e difendere la sua democrazia con la spedizione di aiuti militari per la propria difesa e l’annientamento del nemico.
Circa un anno fa Vladimir Putin dava l’ordine alle sue forze armate di entrare in diverse regioni ucraine su più fronti per combattere il cosiddetto “nazionalismo ucraino” e riconquistare quei territori una volta appartenenti alla vecchia URSS. Non c’è crimine più ripugnante di quello commesso dal capo del Cremlino: invadere un paese indipendente per sottometterlo, privandolo di ogni democrazia e libertà. I morti di civili e soldati aumentano giorno dopo giorno, insieme al numero di profughi e sfollati che ogni settimana bussano alle porte dei paesi occidentali per chiedere riparo e protezione. Non c’è azione più inumana e atroce di quelle firmate da Putin, la Russia è l’aggressore e l’Ucraina il paese che ha subìto e perso, ce lo siamo detti più volte. Putin e la Russia sono stati condannati dalla maggior parte degli stati occidentali, Italia compresa, e giustamente direi, con l’adozione di restrizioni e misure punitive economico-finanziare che hanno indebolito la rete dei potenti oligarchi russi.
Gli stessi paesi occidentali, i quali si battono per la democrazia e per la fine di ogni guerra sul globo, hanno però anche deciso di inviare armi all’esercito ucraino, inizialmente per aiutare a difendersi dalle continue avanzate dei russi. Con il trascorrere dei mesi, i successivi pacchetti di forniture militari occidentali sono stati utilizzati anche per la controffensiva ucraina e gli aiuti si sono rivelati essere uno strumento potente di finanziamento e prosieguo alla guerra.
Dopo quasi un anno dallo scoppio del conflitto in Ucraina la domanda sorge spontanea: le armi sono la migliore soluzione per “ripudiare” e fermare la guerra? Sicuramente altre opzioni esistono, come il sedersi ad un tavolo e cercare un compromesso, nel quale ognuno dei paesi interessati dovrà perdere qualcosa. Non è facile, ma la guerra è così che si ripudia. I paesi occidentali dovrebbero fare di tutto per cercare di organizzare un vertice tra Putin e Zelensky, perché è l’unica soluzione plausibile, almeno per le democrazie. Dopotutto, meglio perdere un dito che tutta la mano (vite umane).
Uno dei temi che divide da un anno le forze politiche italiane è proprio quello del sì o no all’aiuto militare all’esercito ucraino. Durante i governi presieduti da Mario Draghi e Giorgia Meloni, quasi tutti i partiti maggioritari hanno firmato i decreti per l’invio di forniture militari, condannando l’aggressione di Putin e giustificandole col fatto che l’Ucraina avrebbe dovuto difendere la propria democrazia. Alcuni capi di partito, però, hanno piano piano cominciato a storcere il naso con alcune dichiarazioni alla stampa, come quelle di Silvio Berlusconi e Giuseppe Conte, le quali hanno creato una vera e propria frattura tra chi è a favore e chi contro ulteriori spedizioni di armi.
Oggi Lega e Forza Italia, partiti di maggioranza quasi costretti ad essere d’accordo con la super potenza della coalizione Fratelli d’Italia, da sempre favorevole all’aiuto militare in Ucraina, sarebbero più contenti se si cambiasse direzione, forse per l’amicizia di lunga data tra Berlusconi e Putin e per la simpatia di Matteo Salvini nei confronti del capo del Cremlino. Un veto sulle armi quasi testimoniato dalle ultime dichiarazioni del leader di Forza Italia sul presidente Zelensky: “Cessi il fuoco. Da premier non sarei mai andato a cena con lui”. E dopo gli attacchi da parte dei partiti di opposizione, alcuni esponenti hanno difeso il Cavaliere: “Vuole solo la pace”. Forse non con tutti i torti, aggiungiamo.
Sul fronte delle opposizioni, invece, Partito Democratico e Terzo Polo sostengono fermamente la difesa della democrazia ucraina attraverso la spedizione continua di forniture militari, a differenza del Movimento 5 Stelle, che, dopo aver firmato i primi decreti pro-armi, oggi si dichiara al 100% contrario.
Torniamo alla Costituzione italiana e all’articolo 11. Dopo la catastrofica esperienza della seconda guerra mondiale, i padri costituenti si convinsero che la guerra sarebbe stata il mezzo meno opportuno e adeguato per risolvere un conflitto o una controversia di vario genere tra due o più stati. Con l’invio di armi italiane all’Ucraina si potrebbe pertanto parlare di attentato alla Costituzione? Dipende dai punti di vista: se da un lato i sostenitori della misura sono convinti di difendere in questo modo la libertà e i valori democratici ucraini, dall’altro i contrari affermano che l’Italia continua a mettere la sua firma sulle morti di civili e soldati.
Ma proviamo per un attimo a pensare a cosa sarebbe accaduto se l’Italia e gli paesi occidentali non avessero aiutato militarmente l’Ucraina. La Russia avrebbe sicuramente sterminato le difese ucraine e magari conquistato l’intero territorio. Non è questo l’auspicio di coloro che si dichiarano contrari alle spedizioni militari. L’impegno e le forze dell’Occidente nel sostegno all’Ucraina dovrebbero essere spese in un altro modo: mediare il più possibile affinché si possa giungere a dei tavoli di compromessi. È questa la via più rapida e indolore per ripudiare la guerra e giungere, finalmente, alla pace.
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