
Vincitore di ben cinque titoli NBA con i Los Angeles Lakers, un oro alle Olimpiadi 1992 e al Tournament of the Americas 1992 con il Dream Team statunitense. Eletto tre volte miglior giocatore NBA, è stato inserito nella lista dei 50 migliori giocatori della storia NBA. Con il numero 32, Earvin Johnson Jr., conosciuto come Magic Johnson, è stato ieri ospite nel programma di Fabio Fazio ”Che tempo che fa” per un’intervista esclusiva tra vita, carriera e la sua grande lotta contro l’HIV.
Al termine di una gara il cronista Fred Stabley Jr., gli si avvicinò e gli disse: «Credo che tu debba avere un soprannome. Stavo pensando di chiamarti “Dr. J.” ma è già utilizzato, così come “Big E.”. Che ne pensi se ti chiamo “Magic”?». Ed ecco che Earvin Johnson divenne Magic Johnson. E nel momento in cui fu ribattezzato in quel modo, capì che aveva una responsabilità, capì che avrebbe dovuto essere all’altezza di quel titolo.
«Dovevo vincere sul campo per dimostrare che quel nome era adatto a me, dovevo diventare un campione», risponde a Fazio.
Ad un certo punto dell’intervista, il conduttore Fabio Fazio parla delle origini del campione e del suo rapporto col padre, altrettanto bravo nello sport ma che fu costretto a sacrificare tutto per la famiglia.
«Avevo sei sorelle e tre fratelli, perciò mio padre ha dovuto lasciare il basket per andare a lavorare e badare a noi. Ho potuto giocare perché mio padre ha sacrificato tanto per me. Una volta arrivato in NBA è toccato a me ripagarlo degli sforzi fatti, permettendogli di smettere di lavorare per godersi la vita e anche la mia carriera. Gli ho comprato una casa nuova. Ora ha 88 anni e lo ringrazio ogni singolo giorno. È probabilmente il mio mentore, il mio migliore amico».
Magic Johnson fu la prima scelta dei LA Lakers e al suo arrivo incontrò una vera e propria leggenda, Kareem Abdul-Jabbar, capitano della squadra.
«Eravamo completamente diversi noi due. Io avevo 19 anni, amavo la musica ad alto volume, mentre lui era molto silenzioso e tranquillo. Amava il jazz, la musica a basso volume mentre io invece giravo con un enorme stereo sulla spalla. Lui continuava a dirmi di abbassare la musica! L’inizio è stato burrascoso, ma siamo diventati grandi amici e compagni di squadra. Lui era il giocatore più dominante della NBA, io ero un po’ il leader: per quello è andata così bene fin dall’inizio».
E poi la sua carriera raccontata attraverso il rapporto con Larry Bird, la grande rivalità tra Boston Celtics e LA Lakers.
«Rivalità che inizia già dal 1979 (già a livello universitario), poi nella NBA insieme, abbiamo cambiato il gioco. Con noi è diventato più popolare, ci sono state grandi sfide.
Larry Bird è stato un mio idolo, ho avuto grande rispetto per lui, ma quando ci siamo scontrati non mi piaceva così tanto e nemmeno i suoi tifosi».
Eppure dietro quella rivalità, si nascondeva una tifosa speciale: «Quando abbiamo girato uno spot a casa sua (di Larry Bird) in Indiana, a pranzo sua madre mi ha detto che ero il suo giocatore preferito!»
Il momento forse più toccante dell’intera intervista, è stato senza dubbio il racconto del campione e della sua lotta contro l’HIV.
Era il 1991, nel mondo circolavano solo pregiudizi e false conoscenze, quando Magic scelse con coraggio di diventare il volto della lotta all’HIV.
«Sono passati ormai ben 31 anni dal momento in cui ho annunciato di avere l’HIV. Al tempo era tutto diverso, c’era una grande discriminazione, le cure non erano adeguate. Eppure noi siamo riusciti a cambiare molto nella lotta contro l’HIV. Abbiamo fornito alloggi a persone affette dalla malattia, abbiamo messo fine alla discriminazione e al razzismo in tutto il mondo. Credo che oggi le cose vadano molto meglio».
E dopo il ritiro causato dall’HIV, ecco l’indimenticabile ritorno del campione all’All-Star Game, 1992, East Coast vs West Coast.
«Dopo essermi ritirato dal gioco che amavo, il nostro commissioner David Stern mi ha permesso di giocare quell’All-Star Game. È stata una grande soddisfazione perché ho dimostrato che si poteva vivere una vita produttiva pur essendo portatori di HIV. Ho dimostrato che si potevano comunque fare grandi cose, che nella vita non bisogna mollare mai. Ha significato molto per me e per tante persone nel mondo intero».
Ed ecco le Olimpiadi di Barcellona, il trionfo di Magic Johnson e del Dream Team.
«Ho convinto io Larry Bird e Michael Jordan a giocarci. Era sulla mia lista delle cose da fare giocare con loro due, e ci sono riuscito. Il Dream Team ha reso possibile che tutto il mondo vedesse la NBA e oggi ci sono più di cento giocatori internazionali in NBA.
È cominciato tutto lì, tutto grazie a quel momento».
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