
Si infittisce sempre di più la lista dei morti sul luogo di lavoro in Campania. Stavolta, è toccato a Marco Iazzetta, operaio di Afragola, classe 1962. Dopo ben due mesi che lo hanno visto lottare, silenziosamente, tra la vita e la morte, non ce l’ha fatta: durante la serata di domenica 2 novembre ha esalato il suo ultimo respiro all’interno dell’ospedale Villa dei Fiori di Acerra.
Qui, infatti, il 63enne era ricoverato a causa delle gravi ferite riportate a seguito della tragica caduta risalente allo scorso 10 settembre, quando l’uomo precipitò dal quarto al terzo piano di una palazzina in costruzione sita in via Antonio Labriola, nel quartiere napoletano di Scampia – stando a quanto ricostruito dai carabinieri della stazione Napoli Marianella. Un volo di pochi metri, ma sufficiente a determinargli gravi lesioni interne e traumi multipli che non gli hanno concesso una possibilità di salvezza, nonostante gli strenui tentativi dei medici del Cardarelli prima – dove è stato soccorso e trasportato in prognosi riservata – e di Villa dei Fiori poi.
La salma di Iazzetta, in seguito al suo decesso, è stata trasportata presso il Secondo Policlinico di Napoli, dove si rimane in attesa dell’autopsia disposta dalla magistratura al fine di fare luce su cosa abbia provocato la fine dell’operaio e sulle responsabilità coinvolte. Nel frattempo, sono in corso le indagini dei militari della stazione Marianella. Ma l’inchiesta, al pari di tante altre, rischia di perdersi in mille parole vuote, tra faldoni, omissioni e prescrizioni. Dunque, il pericolo che l’incidente finisca per essere catalogato come l’ennesima “morte bianca” al pari di tante altre è sempre più imminente.
Del resto, il caso Iazzetta non può essere per nulla ritenuto come un caso di semplice cronaca quotidiana. Al contrario, infatti, la morte del 63enne assurge ad emblema di un sistema economico che continua a fare della precarietà, della costrizione dei diritti e dei subappalti a catena i suoi tre pilastri fondanti. Una logica di potere che continua a mettere al primo posto il profitto rispetto alla vita umana. Ed è in questo quadro, di conseguenza, che la prima vittima dei tagli di bilancio risulta essere proprio la sicurezza.
Infatti i dati relativi al primo semestre 2025 sugli infortuni mortali sul lavoro a Napoli e in Campania – frutto della sinergia tra l’ente pubblico INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) e il Centro Studi Vega – delineano un bilancio tragico. Le statistiche, infatti, evidenziano come la maglia nera per numero di decessi sul luogo di lavoro in Italia è indossata proprio dalla città di Napoli e dall’intera provincia – 30 sono infatti le vittime dall’inizio dell’anno, di cui 9 soltanto negli ultimi due mesi. Numeri drammatici, che scavalcano a piè pari Milano – ferma a 16 casi a fine agosto.
Su scala regionale, invece, in Campania sono state rilevate ben 64 morti complessive nei primi dieci mesi 2025 – con un incremento di 4 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Negli ultimi dieci mesi, invece, la regione si colloca in seconda posizione dietro la Lombardia, ma davanti a tante altre regioni industriali tra cui spicca il Veneto – che a fine agosto contava circa 53 decessi.
Ma la Campania non è altro che una rappresentazione in miniatura di un fenomeno nazionale ben più ampio. Le ricerche, infatti, rilevano in tutto il Paese – durante il primo semestre 2025 – ben 502 vittime sul lavoro, di cui 362 in occasione di lavoro e 140 in itinere. Insomma, una crescita disastrosa delle cosiddette morti bianche – del +7% rispetto allo stesso periodo del 2024 – quando i decessi totali erano stati 469. Insomma, tutt’altro che “bianche”, trattandosi di vittime del lavoro. Nel dettaglio, si sottolinea un lieve calo dei decessi in occasione di lavoro, passati da 364 a 362 (-0,5%). Intanto, continuano ad aumentare a ritmo esponenziale gli incidenti in itinere: si è passati da 105 casi nel 2024 a ben 140 (+33,3%).
Ma non è tutto: il Centro Studi Vega ha inoltre individuato, su scala nazionale, che l’indice di incidenza medio è pari a 15,1 decessi ogni milione di occupati. E, sulla base di tale indice, l’Osservatorio Sicurezza e Ambiente Vega ha classificato le regioni italiane sulla base di questo dato – catalogandole in quattro zone principali, a seconda dell’impatto che questo indice sortisce nei diversi territori regionali. Secondo questa classifica, rientrano nella cosiddetta “zona rossa” – con un indice di incidenza superiore al 125% della media nazionale – la Basilicata, l’Umbria, il Trentino-Alto Adige, la Sicilia, la Puglia, l’Abruzzo e, infine, proprio la Campania.
A seguire, la Calabria, la Valle d’Aosta, il Veneto, la Liguria e il Piemonte si collocano in “zona arancione” – nella quale si registra un’incidenza infortunistica compresa tra il valore medio nazionale e il 125% della media nazionale. Poi, in “zona gialla” – incidenza infortunistica compresa tra il 75% della media nazionale e il valore medio nazionale – si piazzano la Toscana, il Friuli-Venezia Giulia, le Marche, la Lombardia, la Sardegna e l’Emilia-Romagna. Infine, in Molise e in Lazio si rileva un’incidenza inferiore al 75% della media italiana, collocandosi nella cosiddetta “zona bianca“.
E’ in questo contesto che si inserisce il cosiddetto “badge di cantiere” – introdotto dal decreto-legge recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri – obbligatorio anche per i subappalti. Tuttavia, a seguito i una simile proposta, non si è fatta attendere la reazione dei sindacati, i quali non hanno potuto fare a meno di storcere il naso. Per quanto, infatti, si tratti di una misura che potrebbe rivelarsi estremamente utile, da sola non basterebbe per contrastare un modello d’impresa che non smette mai di mietere vittime. “Finché non verrà riconosciuta una vera certificazione delle imprese e il rispetto pieno dei contratti, questi strumenti resteranno palliativi”, ha commentato con durezza la Cgil Napoli e Campania.
Ancora più forte ha tuonato Giovanni Sgambati, segretario generale della UIL Napoli e Campania: “È indegno di un Paese civile che ancora oggi si muoia in un cantiere, spesso senza contratto e senza tutele”, aggiungendo che “I controlli da soli non bastano e sono comunque pochi. Chiediamo l’introduzione del reato di omicidio colposo sul lavoro e una procura speciale dedicata“.
Insomma, si trattano di parole pronunciate con una certa fermezza, ma che rischiano di rimanere aleatorie, e di essere soppiantate da una realtà che fa leva proprio sulla catena dell’indifferenza. Tanti sono infatti i nodi strutturali da sciogliere e su cui concentrare le proprie energie: dalla frammentazione delle competenze tra Inail, Asl e ministero, alla carenza di investimenti sufficienti per la formazione e la prevenzione, per non parlare della progressiva e inesorabile riduzione del numero degli ispettori del lavoro. E le sanzioni? Non solo rischiano di arrivare troppo tardi, ma risultano anche essere insignificanti rispetto al guadagno percepito da chi decide di risparmiare su una voce di costo cruciale come la sicurezza.
Di sicuro, al fine di promuovere e incentivare una certa cultura della prevenzione, decisiva è stata l’istituzione di “Napoli Città Sicura” – l’Osservatorio comunale per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro, inaugurato alla presenza del sindaco Gaetano Manfredi. Tuttavia, dopo circa tre settimane dal suo primo insediamento, ancora non è seguita nessuna iniziativa concreta. E intanto, le statistiche delle vittime all’interno dei cantieri si trasformano in annunciazioni funebri, continuando a strappare la vita a migliaia di lavoratori.
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