
La federazione “La Maddalena che vorrei” intende riqualificare la “Maddalena”, area che ospita l’ex Manicomio di Aversa e che si estende per circa 17 ettari, confinando con i comuni di Trentola-Ducenta e Lusciano. L’intera zona è di proprietà dell’ASL di Caserta, tranne il plesso Leonardo Bianchi, che è di proprietà del Comune di Aversa. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Fardella, tesoriere della federazione.
La storia della Maddalena ha inizio nel 1269, fondata da Carlo I d’Angiò come “Hospitium Lebrosorum”. Nel 1813 Gioacchino Murat la trasformò nelle “Reali Case de’ Matti” del Regno di Napoli. Quello di Aversa fu il primo manicomio d’Italia all’avanguardia da un punto di vista medico-scientifico. Il dottor Linguiti, primo direttore della struttura, che dà il nome alla strada di ingresso al manicomio, stravolse le modalità di cura dei malati, affinché nulla potesse ricordare loro il motivo del ricovero. Durante il fascismo il manicomio divenne luogo di reclusione e repressione di ogni tipo di devianza. Nel 1978 la Legge Basaglia, per restituire dignità ed inclusione sociale agli internati, abolì gli ospedali psichiatrici. Quello aversano fu definitivamente svuotato nel 1998 e chiuso l’anno dopo.
La struttura si compone del fabbricato centrale, dell’adiacente Chiesa e di vari padiglioni. Oggi, per dissesti statici ed infiltrazioni d’acqua, è chiusa al pubblico in totale incuria e degrado. Nei padiglioni vi sono documenti e cartelle cliniche abbandonate, prove storiche e dati sensibili dei pazienti. Le cartelle cliniche più rilevanti, oltre ai volumi sulla follia del Settecento, sono conservate nell’archivio storico dell’ex O.P., la cui apertura avviene previa richiesta all’Ufficio Patrimonio. Gli spazi ripuliti dai volontari sono a soqquadro ed occupati. Nonostante gli ingressi bloccati, gli occupanti hanno trovato nuovi modi per accedere; chi non ha un’abitazione trova ivi riparo e alloggio. I nuovi ospiti della struttura sono dimenticati come il luogo in cui si trovano. Il patrimonio artistico è stato danneggiato: la cappella del convento è ormai priva degli affreschi e dei quadri. La federazione ha sempre denunciato ma tutto tace. I professori universitari, giunti per ricerche, chiedono le ragioni di tale degrado ed emerge l’esigenza di restituire dignità al monumento.
La federazione nata nel 2018, come associazione di secondo livello, vuole restituire l’area alla cittadinanza, tenendo fede alla sua carta di intenti. Essa chiede la riqualifica e la salvaguardia dell’ex O.P. da un punto di vista storico, territoriale ed ambientale, impedendo qualsiasi speculazione e smembramento dell’area, e mira all’istituzione di un parco pubblico che, data l’estensione, sarebbe il polmone verde dell’agro-aversano. La ripresa della struttura, depredata di continuo, è sempre più onerosa. L’amministrazione De Cristofaro aveva approvato il Programma Integrato Città Sostenibile (PICS) per il recupero del Leonardo Bianchi con un costo totale di €6.863.755,21. Tali fondi sono stati, invece, utilizzati dall’amministrazione Golia per altre opere del centro storico, tra cui la ripavimentazione di Piazza Santulli. Alle ultime elezioni i candidati si sono impegnati a dare concretezza al piano della Maddalena, ma finora nessun apporto è stato dato dal nuovo sindaco Francesco Matacena. Il progetto si è arenato con una conseguente sfiducia nella classe politica. «È un atto dovuto riaprire la Maddalena. La memoria storica di questi luoghi non ha prezzo. È inaccettabile tenerli chiusi» ci ha detto Fardella.
La Prefettura di Caserta, su segnalazione dell’ASL, ha sgomberato e costruito muri per evitare l’ingresso e il passaggio nel manicomio. Paradossalmente, durante il Covid, l’area è stata utilizzata per i tamponi. Pare quindi che essa possa tornare utile per altri fini ma non per il suo ripristino. L’area è chiusa con disinteresse a valorizzarla, rinunciando in questo modo al suo potenziale, la cui riqualifica sarebbe di certo un bene per la città normanna.
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