
È il luglio del 1984. Il pavimento della Chiesa parrocchiale dedicata a San Francesco di Paola a Caserta crolla durante dei lavori di restauro. Forse non tutti sanno che, prima dell’editto di Saint-Cloud, i morti venivano seppelliti sotto le chiese, nelle cripte, che fungevano quindi da cimiteri. In quella stessa chiesa c’erano seppelliti più di cento resti umani. Tra questi, secondo il Liber Mortuorum conservato nella chiesa, dovevano esserci anche le ossa di colui che ha segnato in maniera indelebile la storia della città di Caserta: stiamo parlando dell’architetto Luigi Vanvitelli, ideatore della Reggia di Caserta e di altre meravigliose opere architettoniche in giro per l’Italia.

A distanza di quarant’anni, la verità su questi resti mortali è avvolta nel mistero. C’è chi crede ancora che in realtà quelli ritrovati sotto la Chiesa di San Francesco Di Paola siano delle ossa animali, chi dice che appartenessero ad una donna. Oppure, c’è chi dice che lì sotto Vanvitelli non ci sia mai stato. Abbiamo cercato di ricostruire e di seguire la scia delle spoglie del famoso architetto dal momento della morte fino ad oggi, imbattendoci in una vera e propria maledizione che ha colpito non solo il nostro Vanvitelli, ma anche gran parte della sua famiglia.
Nel 1773, Luigi Vanvitelli muore nella sua dimora sita in Largo Sant’Elena a Caserta. I funerali si tennero nella chiesa di San Sebastiano a via Mazzini. Presenti solo la moglie Olimpia Starich e i figli. La salma sarebbe stata portata presso la Chiesa di San Francesco di Paola. Ma perché Vanvitelli era così affezionato a questa parrocchia? Come ci suggerisce la dott.ssa Lucia Giorgi, dottoranda di ricerca presso l’Università degli Studi “Luigi Vanvitelli”, l’archistar aveva vissuto nei pressi della chiesa, al palazzo al Boschetto, gestita dai frati Minimi, che lui conosceva personalmente. Quando fu chiamato da Re Carlo come architetto di corte, la sua prima abitazione fu presso i frati Minimi a Napoli, a Largo di Palazzo (oggi piazza Plebiscito). Perché alla sepoltura di Luigi Vanvitelli non gli fu ricordata una lapide? «I frati Minimi volevano evitare la titolarità della tomba (Ius Patronatus), cioè una eventuale richiesta degli eredi di farsi seppellire nello stesso luogo, quindi evitare un sovraffollamento della cripta» spiega Giorgi, come si evince dalle informazioni riportate nel Liber Mortuorum conservato in parrocchia: “Per la sua divozione volle e fu seppellito nella nostra chiesa parrocchiale di San Francesco di Paola”. Ma già dalle lettere indirizzate al fratello Urbano, si capiva perfettamente la sua cifra religiosa e la devozione al santo che dà il nome alla Chiesa.
Ricordate la data del luglio 1984? In quei giorni i resti furono portati presso l’Istituto di Medicina Legale di Caserta all’attenzione del prof. Michele Pillari per accertare se quelle ossa fossero o meno di Vanvitelli. Addirittura, dopo una prima analisi, Pillari non escluse la possibilità che questi resti potessero appartenere ad un animale. Anche una scarpetta, trovata nei pressi dei presunti resti di Vanvitelli, con una “V” metallica cucita sopra, risultò essere troppo piccola per appartenere ad un piede maschile. Su richiesta dell’arch. Giuseppina Torriero – all’epoca dei fatti direttrice dei lavori di restauro della chiesa – i resti furono poi inviati presso l’Università degli Studi G. D’Annunzio di Chieti–Pescara.
Li analizzò il rinomato antropologo Luigi Capasso, che ci ha illuminato su alcuni aspetti: «I risultati furono i seguenti: le ossa sono umane e non animali, come sospettato in un primo momento dai medici legali di Caserta. Si trattava di frustuli ossei – probabilmente costole – e frammenti di ossa lunghe degli arti inferiori, femore o tibia, della lunghezza di pochi centimetri. In tutto trenta grammi d’osso su più di un chilo di peso normale di uno scheletro. I resti erano apparentemente antichi, ma fu impossibile eseguire una datazione al radiocarbonio, perché all’epoca bisognava disporre di un quantitativo di osso antico di almeno 500 grammi. Inoltre, i resti erano troppo recenti e una datazione al carbonio avrebbe generato un margine di errore troppo ampio». Il professore Capasso, quindi, non ha mai accertato che quei resti potessero appartenere a Vanvitelli, arrivando però a concludere che «possiamo dire però che i resti certamente appartengono ad un individuo adulto. Inoltre, un resto di femore con linea aspra molto marcata fa pensare ad un soggetto molto robusto, il che è compatibile con un sesso maschile».

Dal 1984 al 2015, le ossa giacciono dimenticate presso il Museo Universitario di Chieti. Un lasso di tempo davvero ingiustificabile da parte delle autorità competenti. Nel 2015, Aldo Maria Pagella, presidente dell’Associazione Luigi Vanvitelli di Caserta, sollecitò la Soprintendenza di Napoli-Caserta per riavere le presunte ossa di Vanvitelli e dare loro degna sepoltura. Una volta tornate a Caserta, esse vengono affidate all’autorità ecclesiastica e quindi custodite presso la Chiesa di San Francesco di Paola. Tuttavia, lo stesso parroco della parrocchia Don Biagio Saiano ammette che al momento non vi è alcuna prova scientifica che le ossa contenute oggi nella cripta siano di Luigi Vanvitelli. Nonostante questo, c’è qualcosa di concreto: «Vanvitelli è qui. Fanno fede le testimonianze scritte nel Liber Mortuorum e nelle lettere indirizzate al fratello Urbano». Aldo Maria Pagella, da buon ricercatore, è andato comunque avanti. La sfida è adesso studiare gli ascendenti e discendenti di Vanvitelli. Anche qui, però, il destino è maledetto: «I genitori di Vanvitelli furono sepolti a San Filippo Neri a Roma, ma i loro resti sono irrecuperabili a causa di alluvioni. Tra i discendenti Carlo non ebbe figli e fu sepolto a Napoli, nel cimitero della Trinità dei Pellegrini, dove però i resti furono mescolati senza criterio; Gaspare, avvocato, ebbe un figlio, Luigi Vanvitelli Jr., di cui non si conosce la sepoltura; Pietro e Francesco seguirono il Re Carlo in Spagna, grazie al matrimonio di Francesco Sabatini con la figlia di Vanvitelli, Maria Cecilia; Maria Palmira, ultima figlia di Vanvitelli, sposò Giacomo Vetromile ed ebbe un figlio, Luigi Casimiro. Le generazioni successive sono difficili da tracciare, poiché molti discendenti emigrarono in Sudamerica e probabilmente cambiarono cognome».

Il presidente Pagella è comunque attualmente in contatto con le autorità spagnole per reperire qualche erede e tentare il test del DNA. Questa storia rimane fitta di interrogativi. Come si spiega il fatto che, alla morte di Vanvitelli, il figlio Carlo non si sia preoccupato di organizzare nessuna celebrazione degna di una così grande personalità? Perché farlo seppellire come se fosse uno sconosciuto qualsiasi? Dopotutto, stiamo parlando di uno dei grandi architetti del Settecento. Si pensi solo al fatto che il capomastro della Reggia, Pietro Bernasconi, ebbe una sua lapide. Su queste domande, la dott.ssa Giorgi avanza delle teorie: probabilmente il figlio Carlo non volle creare enfasi intorno alla morte del padre poiché entrambi sarebbero potuti appartenere alla massoneria. Naturalmente in incognito: un fedele servitore del re come Vanvitelli non poteva mai e poi mai essere accostato alla massoneria, messa al bando con due editti proprio dalla famiglia reale dei Borboni. Dunque, sempre ipotizzando, Giorgi spiega che il corpo di Vanvitelli potrebbe non essere mai stato nella cripta oppure esserci stato ma solo per poco tempo. Nel corso degli anni si sono succedute le visite alla cripta della chiesa di ben due presidenti della Repubblica, Scalfaro e Mattarella. Fuori la chiesa è presente una segnaletica turistica che indica la presenza delle spoglie dell’architetto. Soltanto una prova risolutiva del DNA di un discendente potrebbe chiarire la faccenda. Chissà se all’orizzonte non ci sia qualche nuova scoperta imminente che possa una volta per tutte fare luce su questo piccolo grande giallo.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...