
L’8 agosto del 1852 un pauroso incendio divampa al “gran casamento rurale al Feudo di Mormile”, nell’attuale zona dell’Aldifreda, a Caserta. Appartenente insieme al feudo al Maggiorato di Sua Altezza Reale Conte di Caserta e dato in fitto a Raffaele Sava, il casamento viene completamente distrutto, ad eccezione delle scuderie al piano terra; l’intero piano superiore è infatti ridotto in cenere. Da una relazione non firmata inviata all’Amministratore dei reali siti di Caserta e San Leucio e conservata presso l’Archivio di Stato di Caserta nelle carte del cosiddetto “archivio storico della Reggia” apprendiamo la cronaca degli eventi. Giunta la notizia dell’incendio, erano partiti tempestivamente i soccorsi: da Palazzo reale era stata trasferita la “pompa con tutti gli attrezzi necessari accompagnati da pochi giornalieri e da molta truppa”. Ciononostante, è difficile arrestare l’”impero” del fuoco, “anche per mancanza di vicina acqua che per prenderne a gran fatica un poco fu mestiere aprire provvisoriamente un torrino alla distanza di circa un quarto di miglio situato sul condotto di scarico dei molini di S. Benedetto che conduce il fluido alla Città di Napoli”.
L’incendio, sviluppatosi al centro del casamento, consuma rapidamente lo stabile e tutto ciò che contiene. Una puntuale relazione dell’architetto alunno della Real Casa Agostino Minervini fotografa minuziosamente lo stato dei luoghi appena una settimana dopo l’incendio, quantificando il danno in 1855 ducati. Un danno di tale entità, perdipiù cagionato al patrimonio di un membro della famiglia reale, non può restare impunto. Così, rapida quasi quanto il diffondersi delle fiamme, parte la ricerca delle responsabilità: l’Amministratore generale de’ Reali Siti ne’ Reali Dominj di qua dal Faro, già all’indomani dell’evento, incarica l’Amministratore del sito di Caserta di vigilare per evitare “rovine maggiori” e di assistere il giudice “per lo scoprimento di colui che abbia potuto cagionar l’incendio”. In effetti, ricercare in fenomeni naturali – fisici o chimici – la causa del disastro era, allora più di oggi, una seconda opzione: chiaramente, il primo indiziato è sempre l’uomo. I primi sospetti cadono subito su alcuni subaffittuari di Sava. L’Intendente di Terra di Lavoro, il 9 settembre, redige una dettagliata relazione sullo stato dei rapporti interpersonali nella zona del casamento: tutti, nel Feudo, esprimono “un lagno generale contro il guardiano Vincenzo Monteforte, dicendo che molti di essi si sono visti messi alla disperazione di lasciar de’ terreni, poicché venivano rubati da lui su i generi che depositavano in detta Masseria”; tutti convengono che “il fuoco ha principiato, e quindi rapidamente diffuso, dal Mulino, dove il fratello di esso Vincenzo, a nome Biase Monteforte, vi teneva del canape, paglia ed altro”; ancora, è appurato che il detto Biase Monteforte abbia tenuto un comportamento inspiegabilmente negligente e attendista al divampare delle fiamme.
Tuttavia, la conclusione del rapporto è che “dolo, non vi è stato dalla parte di alcuno dei Monteforte, bensì trascuragine e punibile noncuranza, intenti tutti di famiglia ai vantaggi loro particolari, anzi che agl’interessi dell’Amministrazione”. Istruito il processo, l’Amministrazione della Real Casa spinge affinché, laddove non si provi il dolo, l’Autorità giudiziaria disponga il ristoro degli interessi del Conte di Caserta. Non conosciamo la conclusione della vicenda dal punto di vista giudiziario ma è esplicito il riferimento, più che mai attuale, al ruolo dell’uomo in questi disastri che di naturale hanno ben poco. L’incendio di Mormile viene riconosciuto dalle autorità come prodotto “sia dalla malvaggia mano dell’uomo sia dal caso”; gli interessi economici o le ritorsioni per aver visto soffocati i propri interessi economici sono, allora come oggi, alla base dell’atto criminale, che incide sui patrimoni dei singoli e sul patrimonio comune costituito dal paesaggio e dalle riserve naturali. Ci piacerebbe che le cronache di questa estate appena conclusasi, che hanno avuto come sfortunata protagonista la nostra terra, fossero le ultime: da archivisti, vorremmo archiviarle, una volta per sempre, e restituirle ad un futuro ignaro di questi crimini.
di Fortunata Manzi, Direttrice dell’Archivio di Stato di Caserta
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