
Annibale Ruccello, alle soglie degli anni Ottanta, delineò il paradigma dell’emarginato, condensandolo in un personaggio come il travestito Jennifer.
Nella stanza stretta della protagonista si consuma l’isteria del reietto, di colui che vive nel buio della società. A tener compagnia Jennifer è il ricordo di un amore che danza sul filo che divide la realtà dall’immaginario, anzi, dalla disperazione di chi vive in compagnia dei suoi demoni.
Jennifer vive nell’intrepida narrazione mediatica che trasforma quell’emarginazione in croncasa, e chi se ne frega se quanto dice la radio sia vero o meno, l’importante è creare quel brivido sensazionalista che altro non fa se non spingere al bordo gli ultimi.
Il tavolo è il centro della scena e i posti riservati alla stampa permettono di guardare solo quello, ma può bastare dato che è maggiormente in quella porzione di palco che si svolge la giornata di Jennifer.
Fiume in piena di agonia e delirante speranza, la protagonista sembra vivere nell’attore che la recita. L’interpretazione di Daniele Russo è magistarle, dimostrando ancora un adattamento e un’impersonificazione che è da maestri puri del teatro.
Si diverte, gioca e si sfoga Jennifer mentre attorno Anna, altro travestito del quartiere, aggiunge e sottrae alle scene, muovendosi attraverso quella che a tratti sembrano i movimenti dell’anima di Jennifer. Lei è interpretata da Sergio Del Prete, meritorio di un lavoro impeccabile.
Non è solo uno spettacolo, “Le cinque rose di Jennifer“ sono uno spazio di libertà per colore che riversano gli affanni della giornata in un Teatro, bellissimo, che è il Bellini. Jennifer ci fa entrare nei suoi processi psichici e noi la guardiamo con quel sorriso di chi si specchia, ma è troppo moralista per ammetterlo. In una società che lascia il delirio ad appannaggio del “matto“, la forza dell’urlo diventa più forte quanto più è proibita.
Il Bellini ci ha fatto urlare anche stavolta e noi lo ringraziamo.
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