
Molte persone usano la parola “felicità” per descrivere il loro stato di benessere. Ma qual è la reale misura della felicità? Recenti studi suggeriscono che la felicità, come molte altre cose, possa essere quantificata usando una particolare misura chiamata PIL (Prodotto Interno Lordo).
Si tratta di una statistica economica ampiamente usata, altrettanto criticata, che misura il reddito totale di una nazione. Usare questo dato come indicatore del benessere implica l’ipotesi che ad un reddito nazionale più elevato corrisponda una maggiore capacità di procurarsi beni e servizi, il che a sua volta corrisponde ad un maggior benessere. Tuttavia, cadere nel paradosso è facile: in molti Paesi valori considerevoli di PIL non si riflettono in un pari incremento del benessere soggettivo.
Ma allora per quale motivo gli economisti si ostinano a prendere come misura di riferimento il reddito di una nazione? Il reddito è utilizzato come misura del benessere semplicemente perché esso viene usato per soddisfare le necessità della vita e concedersi i lussi che si desiderano. In una data nazione il denaro fluisce dagli individui alle imprese e non tutto il reddito è destinato ai consumi: parte di esso verrà prelevato dallo stato attraverso il gettito fiscale mentre altro ne verrà risparmiato dai consumatori stessi per affrontare spese future. Il PIL monitora ognuno di questi singoli movimenti, tenendo conto anche di quelli che avvengono nel “mercato nero” o “sommerso”.
Secondo i critici l’uso del PIL indica un’eccessiva attenzione al possesso di beni materiali e al reddito escludendo molte cose che pure contribuiscono alla qualità della vita e al benessere collettivo. Ad esempio il tempo libero: se tutti gli individui lavorassero sette giorni su sette invece di godersi il riposo di fine settimana, crescerebbe la produzione di beni e servizi e di conseguenza il PIL aumenterebbe, ma a risentirne sarebbe il benessere collettivo. Un’ulteriore attività che contribuisce al benessere collettivo è quello rappresentato da migliaia di volontari o casalinghe, tuttavia non inclusi nell’analisi del PIL in quanto avvengono al di fuori del mercato. Il PIL pro capite, inoltre, ci offre informazioni sul cittadino medio, ma le medie possono nascondere realtà molto diverse.
I Paesi ricchi e quelli poveri hanno livelli molto differenti di PIL pro capite. Nei primi, Italia, Regno Unito, Stati Uniti e Germania, gli individui hanno un’attesa di vita anche superiore agli 80 anni e la quasi totalità della popolazione è alfabetizzata. In Paesi come Niger, Pakistan, Mozambico l’aspettativa di vita è breve, il tasso di alfabetizzazione è basso, ci sono elevati tassi di malnutrizione infantile e un più ristretto accesso all’acqua potabile.
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