
Sono più di 20 anni che stiamo assistendo ad un veloce ed inesorabile abbassamento della qualità della musica italiana. Pubblicità e brand, talent show e format televisivi come il Festival di Sanremo, le stesse radio ma anche algoritmi social e piattaforme streaming con leggi totalmente “anti-artisti” hanno ridotto la musica italiana in un mero prodotto commerciale. Al pari di un qualsiasi prodotto che troviamo in un supermercato.
Se oggi una canzone non ha un ritornello che rientra nei 15secondi delle storie Instagram o Tiktok, allora quella canzone “non funziona”. Ma che significa? Vogliamo parlare delle strutture armoniche delle canzoni attuali? Inesistenti. Non v’è uno studio e una conoscenza armonica. Il risultato? Il progressivo appiattimento della forma-canzone.
Basta mettere a confronto una qualsiasi produzione di Giorgio Gaber con una hit che puntualmente troviamo super pompata nelle classifiche odierne. Non c’è paragone. Eppure, nella mia piccola esperienza, ho imparato a scoprire che del buono c’è. Solo che non rispetta gli standard attuali. Esempio? Ho ospitato un giovane ragazzo in un festival di musica emergente a Caserta: lui laureato al conservatorio, canta perfettamente in inglese, suona ed è compositore. Produce canzoni di sei minuti. Ma sono delle opere, non canzonette. Io ci ho visto, oltre che un conclamato talento, anche tanto merito, impegno. Meritocrazia e studio.
Ci sono ovviamente delle bellissime eccezioni. Perché, allora, non andare a proporre dei format incentrati davvero sul talento? Semplice, al sistema odierno non serve acculturare un popolo. Sì, perchè credo profondamente che una delle vie per fare cultura è quella della divulgazione musicale. La Rai, dopo le nefandezze di una guerra, insegnava al popolo a scrivere. Oggi la televisione pubblica, quella privata e commerciale, fa fatica a coinvolgere le persone in tematiche vitali per la salute dell’animo umano. Diventa pericolosa una canzone che parla di tematiche attuali senza usare una retorica scontata e vuota. Ma, secondo il mio parere, è invece più pericolosa una canzone che usa il seguente linguaggio: “Tu mi ammazzi solo perché parlo con lei / Voglio te, voglio te every day / E diventi pazza quando torno alle sei / Voglio te, voglio te every day” se vogliamo attenerci alle disgrazie degli ultimi giorni.
Canzoni diseducative, con un linguaggio ormai ridotto ai minimi, suoni gutturali e con concetti che neanche Neanderthal, nidi dove il macismo non viene assolutamente condannato. Per non parlare di accordi, di armonia, come già accennato prima. Ma sono le canzoni prime in classifica. Sono le canzoni che fanno fare soldi alle case discografiche e agli addetti ai lavori. Questo è pericoloso. Potrei continuare a fornirvi esempi di questo tipo, ma vi invito a farlo da voi: primo, perché nei miei articoli vorrei premiare la bellezza e non le brutture di questi artisti da classifiche. Secondo, perché è sempre buono incentivare alla ricerca dato che oggi sta sparendo anche questa buona pratica.
Allora, intendiamoci: cosa è diventata per voi la musica oggi? Cosa ci fa dire se quella canzone è bella, o no? Se per voi bisogna dare rispetto ad un x artista o ad una x canzone perché ha un viso carino oppure è in classifica, allora – a mio riguardo – stiamo prendendo una strada sbagliata. Lessi un articolo di una persona molto competente, che per me è un faro di ispirazione nell’ambito musicale e giornalistico. Riporto qui un breve astratto di questo articolo scritto da Gino Castaldo uscito su Panorama:
“Questo è un appello accorato, non vuole generare odio, al contrario vorrebbe fare appello alla coscienza di chi fa musica. Il mondo non ha solo bisogno di distrazioni, che è l’alibi principale di tutti quelli che stanno immettendo pessimo materiale sul mercato, il mondo ha anche, direi soprattutto, bisogno di bellezza. È quella che manca, perché se il mondo è pieno di orrori, non si combatte la bruttezza facendo finta che la spiaggia sia la soluzione di tutti i mali, intanto perché ovviamente non è vero, e con i cambiamenti climatici è sempre meno vero, l’orrore si combatte con l’unica vera arma a disposizione della musica, ovvero creare qualcosa di bello, che ci unisca, che ci emozioni, che ci faccia sentire orgogliosi di appartenere al genere umano, impresa di questi tempi assai difficile è vero, ma pur sempre da tentare. Insomma se proprio volessero assumersi un briciolo di responsabilità, i cantanti dovrebbero sforzarsi di più, tentare di immaginare canzoni che possano essere davvero di conforto, anche struggente, doloroso, intenso, ma soprattutto autentico, non un mare di plastica inquinante e insapore, canzoni da vivere col cuore, come direbbe Barbara D’Urso, e non solo col battito dei contatori di denaro“.
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