

Leggendo il libro infatti, che nonostante il tema spigoloso (e contemporaneamente delicato) risulta molto fluido nella scrittura, ben strutturato, si nota subito come Ammaliato voglia sottolineare non solo i tempi e le “peripezie” di un giornalista (il telefono che squilla, dover lasciare impegni in famiglia per correre sul posto) ma soprattutto le emozioni intense di un cittadino di Castel Volturno. Edoardo De Angelis, nel suo prologo lo definisce “figlio legittimo della Domiziana […] conscio di una bellezza perduta ma non lamentoso, proiettato verso un futuro possibile” ed anche questa definizione risulta essere motivo di riflessione per il lettore. Ammaliato riesce a scrivere della camorra in quegli anni, raccontarne le vittime e gli effetti su questo territorio in maniera dettagliata ma non pesante, avendo vissuto ogni minuto in prima persona a 360 gradi; le sue emozioni sono palpabili dal lettore e tutto viene amplificato grazie alla presenza di un QRcode all’inizio di ogni capitolo (che comincia quasi come un articolo sul giornale, una data ed un luogo specifico, a cui Ammaliato aggiunge anche orari e tempistiche suddivise in “prima della strage” e “dopo la strage”) che permette attraverso il proprio smartphone di visionare foto relative al racconto. Interessante è anche il modo in cui viene spiegato e documentato dall’interno il fenomeno della mafia nigeriana, purtroppo presente negli angoli di questo paesino dall’aria spettrale. E’ sicuramente un libro che va letto e “pesato” molto, soprattutto da chi come Ammaliato è “figlio leggittimo della Domitiana”. Dovrebbe essere di monito per il presente e per il futuro: smettiamo di nascondere la polvere sotto il tappeto e ricordiamo ciò che è stato; riponiamo il nostro impegno nella lotta a quel sistema che su queste strade ha versato fin troppo sangue.
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