
Personaggi burleschi, personaggi grotteschi. Personaggi vivaci, personaggi loquaci. Personaggi rifatti e personaggi inesatti. Arraffatori che paion dei gran signori, e cortigiane che son più nobili delle dame. Donne con barbe da uomini e uomini dalle floride forme come donne. Se il mondo gira e rigira alla rovescia un bizzarro mazziere indossa il suo grosso e lungo cilindro sul capo, a mo’ di reale corona.
Perché a Carnevale ogni ordine è sovvertito, e uno strano umorismo domina la scena.
Nel mezzo del freddo cielo del solito febbraio invernale, tinte innumerevoli di infiniti frammenti colorati esplodono a zaffate dalle mani di allegri bimbi mascherati; mentre ad archi si allungano nell’aria: rossi, verdi, celesti e gialli fili di bombolette spray.
Dì giù nella pizza di città o di paese, travestiti da eroi, principesse e leggendari mostri, ragazzini si rincorrono con la gioia nelle gambe, aggirando ed evitando i profili di adulti, anche loro intenti a far festa.
È tutto un tripudio di grasse risate, sorrisi smaliziati, gioia violenta, note musicali e danze popolari. Un Pulcinella si materializza nella piazza, giungendo saltellando dalle inconfessate bocche dei presenti. Insulta e sbeffeggia. Ride e deride, e poi “Alèèè” “Contrè”, comanda la danza dei travestiti come un direttore di balletto.
D’un tutù, d’un cucù…
Al ritmo della musica le signore imbellettate e esageratamente truccate scalciano mostrando le belle e lunghe cosce. Pulcinella sogghigna della villosa attrazione.
È tutta una follia, una sgraziata danza mista a pazzia. Una frenesia senza tregua. È una magia.
«Ogni cavaliere ora riprenda la sua dama». urla il capo-banda. E la festa continua.
Sotto a quelle maschere carnevalesche, favolesche, si devia verso una strada ricca di andirivieni e si risale il tempo della storia. Gli attori incontrano i loro padri, i loro nonni, i loro avi. Sembrano specchiarsi nei gesti, nelle parole, nei costumi. Non più uomini ma calchi di figure, esistenti nello spazio di un singolo periodo, eterno. Sotto quelle maschere l’identità svanisce: niente più nomi, niente più cognomi. È la maschera stessa che si incarna.
E levata la sua carne, non rimane che lo spirito. Uno spirito particolare, d’origine popolare. Re degli stolti, così veniva additato. Seduto sul trono del mondo, il re ha sempre inaugurato il mondo alla rovescia. Un mondo parodico, in cui tutte le gerarchie classiche non avevano più alcun senso e qualunque valore messo alla berlina. Allora la schiavitù del popolo riemergeva nella sua aspirazione alla libertà, al dominio, alla soddisfazione del proprio desiderio. E il popolo sentitosi padrone del mondo iniziava a cantare e a ballare.
Una sovversione e un ordine invertito. Tuttavia, in questo rovesciamento, non tutto veniva legittimato. Quindi a pensarci meglio, a Carnevale non è vero che ogni scherzo vale. Nonostante per definizione il Carnevale sia la festa del mondo alla rovescia, nella concretizzazione presente del mondo parodico, sussiste ancora un elemento di base che è comune al mondo antico rovesciato: la negazione del piacere femminile.
Alla donna non è dato partecipare ai nuovi giochi. Questo retaggio culturale, tipico di una società patriarcale e agricola sopravvive nella trasmissione della tradizione, per cui in molte feste carnevalesche presenti oggi, alle donne non è dato partecipare.
Le danze e gli spettacoli, messi in scena nelle piazze del paese, vengono realizzate sempre da coppie di dame e cavalieri, i quali si esibiscono nella loro stravaganza e follia, portando in scena ognuno la propria storia. C’è un però, importante e culturalmente rilevante: ad impersonare i cavalieri sono gli uomini; ad impersonare le dame sono sempre gli uomini.
Il mondo non è poi del tutto alla rovescia se all’interno di esso gli elementi da rovesciare sono uguali a se stessi.
Quello spirito originario esprimente la vitalità della festa carnevalesca è impossibile in queste condizioni. Aveva senso secoli e secoli fa, quando il re degli stolti sedendosi sul trono permetteva ai servi di diventare padroni dei loro patroni. Il mondo dalle fattezze gerarchiche di allora poteva dirsi in un certo senso rovesciato. Ma scomparse le gerarchie cosa c’è da rovesciare? Non più certo la gerarchia sociale ma quel residuo culturale del maschilismo e del patriarcato che proprio nella festa di Carnevale si esprime con forte evidenza. E allora nel tentare di conservare le tradizioni, si potrebbe pensare di conservare anche gli spiriti delle tradizioni, che non si esprimono soltanto nei costumi e negli atteggiamenti e nelle movenze, ma soprattutto nei significati storici ed etimologici che dovrebbero cercare nuova attualizzazione.
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