
Sensibilità e tenerezza, queste le parole chiave che contraddistinguono la poetica di Elisa Ruotolo. Scrittrice, poetessa e docente casertana, ha esordito per la casa editrice “Nottetempo” nel 2010, con la raccolta “Ho rubato la pioggia”, vincitrice del Premio Renato Fucini e finalista al Premio Carlo Cocito 2010. Tra poesia e racconti di prosa, la Ruotolo cerca di esprimere la cruda realtà dei giorni nostri attraverso una scrittura intensa, ma mai pesante o banale, accostando, come nelle sue ultime opere (“Il lungo inverno di Ugo Singer” Einaudi 2022 e “Alveare” Crocetti Editore 2023), il nostro mondo a quello animale.
«Alveare è un poemetto – afferma Elisa Ruotolo ai microfoni di Informare – in cui io ho immaginato che a parlare siano delle api, costruendo dei vari personaggi e ogni voce prende un suo spazio e si racconta, come per la tragedia greca. Ha una struttura particolare perché parte dall’inverno e segue il ritmo della venuta al mondo delle api. L’alveare diventa il pretesto per parlare di noi perché non è altro che il mondo e l’apicoltore è Dio rispetto a noi. Questo luogo ha qualcosa che noi abbiamo sempre ovvero la vocazione all’eternità: noi vorremmo sempre avere un tempo maggiore e avere l’opportunità di ripeterlo. Le api riescono a farlo perché la ciclicità dell’alveare con la sciamatura permette un ciclo di rinascita completa che assomiglia all’eternità».
La conquista dell’eternità è un tema che spesso ricorre nei suoi libri come nel “Lungo inverno di Ugo Singer”. Il protagonista Ugo, piccola tartaruga che vive in un sottoscala di un appartamento, rifiuta la sua natura e vuole capire cosa c’è nell’inverno: qui prende vita il tema dello sconfinamento perché la tartaruga vuole altro, ha un forte desiderio di capire, nonostante sia periodo di letargo. «Ugo è una creatura destinata allo sconfinamento – continua Elisa Ruotolo – perché non ha la capacità di assecondare il proprio destino, quello del letargo, ma ha una grande curiosità che lo porta ad andare oltre.
Nell’accendersi di questo suo desiderio, c’è anche l’amicizia con il topo Sam che è salvifica perché lo mette davanti ad una prospettiva cronologica completamente diversa dalla sua. Il topo ha una vita nettamente più breve della tartaruga e questo è un elemento molto doloroso per Ugo che viene però curato dalla grande amicizia che li unisce. Ed è proprio questo senso del dolore che si vuole mettere da parte, alla fine, con la simulazione di eternità: quando Ugo andrà a vivere in un altro posto, scriverà delle lettere a Sam a cui riceverà risposta anche dopo la morte del topo, grazie ai figli che continueranno a mantenere viva l’au – tenticità del loro legame. Qui c’è lo sconfinamento che va oltre la propria natura, lo spazio, ma soprattutto il tempo che passa».
Osservando il legame che c’è tra Ugo e Sam, può sembrare un po’ atipico rispetto alla società attuale. Proprio nel libro si legge un passaggio fondamentale in cui Ugo riflette sulla società moderna, interrogandosi su se il mondo corre così veloce, riescono davvero a guardare bene le cose? Quanto, oggi, si è disillusi nei confronti di legami così forti e quanto ne abbiamo bisogno? «Questa forte disillusione è il prodotto della velocità. Ma già il fatto che si leggano storie, come la mia, e si provi un senso di tenerezza, posso dire che questa condizione non è universale, ma c’è un qualcosa in noi che ci spinge a custodire dei sentimenti autentici. Per quanto i tempi possano diventare “moderni”, io credo che l’umano, se coltivato adeguata – mente, prima o poi emerge sempre in noi e dobbiamo tenerlo vivo» afferma la scrittrice.
Parlando dei sentimenti di oggi è inevitabile parlare dei giovani e della concezione retorica secondo cui, ad oggi, non si riescano più a prova – re dei veri sentimenti dato il forte disinteresse della nuova generazione. «Non condivido le opinioni di molti sul fatto che i giovani di oggi siano completamente apatici e disinteressati, ma partono semplicemente da contesti diversi. Credo molto nelle potenzialità dei ragazzi che seguo e li guardo con molta ammirazione, loro hanno meno tempo rispetto a quanto ne avevamo noi, ma riescono ugualmente a custodire un’importante autenticità».
Passiamo ad un’altra opera della Ruotolo “Corpo di pane”, pubblicato nel 2019 con la casa editrice Nottetempo, una raccolta poetica in cui è molto forte l’affermazione del corpo della donna. «La donna – continua Ruotolo – ha dovuto scontare, da sempre, il senso di colpa nel voler sentirsi libere. Però negli ultimi anni è riuscita a compiere una rivoluzione copernicana, diventando artefice del proprio desiderio. Se fino al passato era l’oggetto del desiderio, adesso è l’artefice in una misura di grande libertà e autenticità, non si nasconde più».
Come può la poesia aprire le menti, distruggendo queste barriere?
«Nel momento in cui leggo o scrivo, mi riconduco all’umano, riesco a vedere meglio le cose del mondo e capirle. Finché sono lontana dalla parola, io non comprendo, vivo nel disordine. La parola riesce a mettere in fila e in sesto, a curare le macerie che ciascuno ha dentro e mettono in condizione con ciò che significa stare al mondo. La poesia e così la scrittura, è la capacità di prendere il dolore, illuminarlo e renderlo abitabile e gestire quella carica di rabbia che portiamo dentro. Chissà che riuscire a trovare un punto di connessione e di pace non riesca a domare tutta la rabbia che a volte abbiamo dentro e ad essere degli esseri umani migliori» conclude Elisa Ruotolo.
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