
Quello che sta accadendo nei territori della Striscia di Gaza e di Israele è il volto della storia contemporanea: occupazione in un’epoca che ancora porta con sé gli strascichi del colonialismo di inizio Novecento, terrorismo, orrori, crimini. Ancora una volta, la morte non dovrebbe essere il terreno su cui si fa tifo da stadio, puntando il dito contro l’aggressore e difendendo a spada tratta l’aggredito del momento. La storia, analizzata da un punto di vista critico, non serve a non commettere gli stessi errori del passato, ma è l’unico strumento a nostra disposizione per comprendere la complessità del presente. E la questione israelo-palestinese è l’esempio più eclatante.
L’attacco di Hamas ad Israele non è inaspettato. Non è nemmeno improvviso. È il risultato – e neanche il primo – di un processo lento ed articolato iniziato ottant’anni fa: non è una storia che trova la propria origine nell’attacco del 7 ottobre, nelle incursioni nella moschea di al-Aqsa da parte delle forze militari israeliane risalenti all’aprile di quest’anno, nella prima intifada del 1987. Era il 14 maggio 1948 quando David Ben Gurion, leader sionista, annunciava la nascita dello Stato d’Israele, in una terra da poco libera dalla morsa colonialista della Gran Bretagna, dando inizio ad una guerra che si sarebbe conclusa, de facto, con l’armistizio di Rodi. Nella Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato d’Israele si legge: «Facciamo appello […] alla popolazione araba dello Stato d’Israele perché mantenga la pace e partecipi alla costruzione dello Stato sulla base della completa ed eguale cittadinanza […]. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati e ai loro popoli intorno a noi». Precetti mai rispettati, a partire dalla Guerra dei sei giorni che portò Israele ad espandere il proprio territorio oltre i confini stabiliti in precedenza, fino ad arrivare ad oggi.
È facile recepire una notizia ed andare oltre quello che televisioni e testate giornalistiche, tanto dell’Italia quanto dell’Occidente, dichiarano: così Hamas sarebbe il nemico da annientare, un gruppo terroristico che, improvvisamente, ha deciso di aggredire uno stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Ma chi conosce la complessità di quella terra, della Striscia di Gaza, sa che Hamas è soprattutto un partito politico che ha vinto le ultime elezioni tenutesi in Palestina, nell’ormai lontano 2006. Un partito che ha guadagnato tanto consenso in un paese che subisce giornalmente l’influenza del vicino Stato d’Israele.
In Palestina non si hanno elezioni. L’unico che avrebbe potuto portare ad una reale soluzione politica, Marwan Barghouti, è rinchiuso nelle carceri israeliane dal 2004. Gli accordi di Oslo del 1993 sono stati traditi sul nascere – non solo da Israele, ma da Hamas e dal FLPL – , ed ancora oggi non si ha traccia di un riconoscimento dello Stato della Palestina. Nel frattempo Hamas reprime lo stesso popolo palestinese in Cisgiordania.
La Striscia di Gaza è una prigione a cielo aperto. Ogni giorno il popolo palestinese deve sopportare incursioni, abusi e violenze messi a tacere dai media internazionali che non sembrano essere in grado di puntare il dito contro “gli amici dell’Occidente”. Non si parla mai dei bambini uccisi sulla spiaggia dai droni israeliani, dei fedeli picchiati a morte nei luoghi di culto, delle donne stuprate, degli ospedali bombardati, delle case sgomberate con la forza. Non si parla mai dell’occupazione legittimata.
Le violenze di Hamas non rappresentano la Palestina, così come il governo oppressivo di Benjamin Netanyahu non è il volto di tutto il popolo israeliano. Ma mentre si parla di apartheid da un lato e di terrorismo dall’altro, mentre il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant dichiara di star combattendo «animali umani», la vera domanda che sorge spontanea è: la comunità internazionale si assumerà le proprie responsabilità? Si giungerà mai ad una soluzione politica reale?
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