
Secondo i dati forniti dalle associazioni di settore, in Campania sarebbero oltre 2.000 i minori che, attualmente, risiedono in case famiglia: numeri che, di fatto, pongono la Regione tra quelle col numero più elevato di minori allontanati dal proprio nucleo familiare. Nonostante l’obiettivo primario di queste strutture sia di offrire un ambiente sicuro per bambini e adolescenti privati temporaneamente di un contesto familiare adeguato, spesso i problemi insorti superano i benefici, a partire dalla carenza di personale fino ai fondi insufficienti per rendere le strutture adeguate.
L’affidamento di un minore, regolamentato dalla legge 184/1983, presenta spesso un iter rallentato dalla burocrazia e da non pochi problemi organizzativi. A partire da una segnalazione di disagio da parte dei servizi sociali locali o dalle autorità, è compito del Tribunale dei Minorenni valutare la situazione e, eventualmente, decidere se il minore può e deve essere inserito in una casa famiglia. La valutazione, tuttavia, incontra spesso due ostacoli: la carenza di risorse e il numero degli operatori sociali in continuo calo. A questi si aggiunge la mancanza di supporto istituzionale: il rischio principale è che quelle che si presentano come soluzioni temporanee finiscano inevitabilmente per diventare permanenti, a discapito della stabilità del minore.
In Campania, il fenomeno delle cosiddette case famiglie fittizie si sta trasformando in una vera e propria emergenza. Con tale espressione si indicano tutte le strutture di accoglienza che, pur dichiarando di operare per il benessere dei minori, non fanno altro che portare avanti attività speculative e, con l’avanzare del tempo, si trasformano in un vero e proprio business sulla pelle di bambini e adolescenti. Nessuna protezione, nessuna accoglienza: queste strutture, gravemente irregolari, nascono esclusivamente per ricevere finanziamenti pubblici destinati alla tutela dei minori. Si tratta perlopiù di strutture che ospitano spesso un numero sopraelevato di minori, prive di programmi educativi adeguati e con un personale non qualificato. In Campania, con una maggior concentrazione nelle province di Caserta e Napoli, circa il 15% delle case famiglia presenta delle irregolarità significative che le rendono inadatte a ospitare casi delicati di tale portata; o, più spesso, esse sono operative soltanto sulla carta, trasformandosi in vere e proprie case famiglia fantasma. Ad oggi, i controlli da parte delle istituzioni appaiono insufficienti, sporadici e soprattutto superficiali.
I bambini e gli adolescenti che vengono allontanati dal nucleo familiare sono reduci da esperienze difficili e segnate da una forte sofferenza, e l’inserimento in contesti privi di supporto adeguato rischia di aggravare situazioni di per sé complesse. Il diritto alla protezione da ogni forma di violenza e di sfruttamento, specie se allontanato dal suo ambiente familiare, è sancito nero su bianco dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata nel 1989 e ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la legge n. 176: ogni stato deve impegnarsi attivamente affinché i minori siano protetti, a qualunque costo. Gli operatori del settore, infatti, chiedono nuovi interventi per contrastare l’emergenza: controlli più stringenti, più trasparenza, un monitoraggio assiduo e soprattutto sanzioni più severe per chi sfrutta il sistema d’accoglienza. È compito dello stato rimarginare una ferita ancora aperta e che, col tempo, rischia d’infettarsi, affinché alle nuove generazioni sia garantito un futuro degno d’essere definito tale.
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