
“Sembrava un British invece era un Merdish
Diario intimo di una Scottish”
Ed è sicuramente un “diario intimo”, perché la voce narrante è quella della gattina Luna, ma tante sono le pillole di narrazioni personali che l’autrice introduce in tutto il testo che è gradevole, scorrevole, a volte irriverente (in modo scherzoso) nei confronti dei “bua” (esseri umani) e dei “bubbi” (i loro figli).
Il lavoro, edito da Scatole Parlanti, è coaudivato da Michele Widehorn (copertina e illustrazioni interne) e Stefano Frateiacci (progetto grafico interni).
Essendo un appassionato tolkieniano (il termine è inserito nella Treccani), quando ho incontrato la vecchia gatta Occhio di Sauron mi è sembrato quasi di vedere di nuovo le scene del Signore degli Anelli. Non è assolutamente un libro per soli “gattari” o “gattare”, anzi, è un modo intelligente e utile per avvicinare ad una maggiore conoscenza e comprensione dei rapporti tra di noi e con i nostri “animali domestici” che, spesso, divengono veri e propri familiari.
La sintesi, come sempre, preferiamo farla citando la stessa autrice, Olivia Ninotti*, in modo da aiutare il lettore alla comprensione, prima di tutto, del titolo:
“Molte persone credono che il proprio animale domestico le osservi. Ma quando, invece, sanno che il proprio gatto le sta giudicando e psicanalizzando?” Luna, la protagonista di questo romanzo, è una Gatta di razza Scottish Fold che si ritrova catapultata dalla gabbia del negozio di animali a una gabbia piena di individui e oggetti dove deve sottostare alle regole folli di una famiglia. Oltre ai bambini, Luna dividerà il sovraffollatissimo appartamento con una Persiana, affetta da vari problemi organici che soprannominerà Occhio di Sauron, fino all’arrivo di “coso”, un presunto British che sconvolgerà ancora di più i precari equilibri.
«Si scrive e si parla sempre di ciò che si conosce bene. Io sono un’appassionata gattara impenitente, sono madre di tre figli, sono medico e psicoterapeuta. Durante il primo lockdown del periodo Covid per tante, troppe questioni lavorative, ho sfiorato il burnout, non riuscivo più a dormire. Io non so cucinare prodotti lievitati né sono una sportiva. L’unico modo per uscire dal disastro è stato scrivere (e in modo umoristico) di legami affettivi, relazioni e ricerca di felicità attraverso gli occhi della gatta domestica che osserva cinicamente e intelligentemente le dinamiche di una famiglia media».
«Quella è la metafora del post-traumatico che in questo caso ha vissuto la gatta protagonista: staccata dalla madre, buttata in una gabbia di un negozio per animali che ha dovuto condividere con appunto un gatto di razza Sphynx – il cui ricordo insieme a quello del pappagallo – la perseguiterà per quasi metà libro. Tante volte legami recisi con figure importanti ci gettano in esperienze altrettanto traumatizzanti che si possono ricucire col tempo solo tramite relazioni sane e accettanti. Ma vanno riconosciute come tali, senza arroccarsi nell’idea depressiva che il mondo non cambierà mai se non in peggio».
«Che essere madre è un’esperienza meravigliosa se hai un buon padre di fianco. Che essere madre e lavoratrice è possibile se hai un buon compagno di fianco. Che essere donna, madre e lavoratrice è un continuo aggiustamento rispetto a bisogni, desideri e ansie e richiede tanta condivisione col padre. Alla fine, con la crescita dei bubbi si cresce anche nella genitorialità e – per quanto riguarda la mia professione – nel lavoro».
*Olivia Ninotti è nata a Milano nel 1974. Neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, è direttrice sanitaria di AIAS di Milano Onlus.
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